Di Pietro: i nostri aiuti all’Africa dall’agricoltura alle protesi

L’associazione giuliese Colibrì da anni porta donazioni e realizza infrastrutture in Congo e Senegal La presidente racconta: «Viviamo insieme a loro, senz’acqua e senza luce: lì riscopro i veri valori»
GIULIANOVA. I colibrì sono uccelli piccolissimi, capaci di fare prodezze inimmaginabili in volo. E così l’associazione “Colibrì” da Giulianova vola e aiuta interi villaggi in Africa. Una piccola associazione che invia ormai da anni container con aiuti in Senegal, ma che svolge anche veri e propri progetti umanitari sia in Senegal che in Congo. E tutto si basa sulla determinazione, sulla dedizione, sull’entusiasmo della presidente Ambra Di Pietro e del braccio destro Egidio Casati. La presidente racconta scorci della propria esperienza e alcune immagini che tratteggia toccano l’anima.
Come nasce l'associazione "Colibrì"?
«Nasce per caso. Ho fatto un viaggio in Senegal, accompagnavo una mia amica. In valigia portavo quaderni e matite, come fanno in molti. Era il Natale di sei anni fa, siamo capitate in un villaggio, Sindia – che in seguito abbiamo adottato – e abbiamo distribuito questo materiale. Siamo rimaste molto colpite, tanto che ci siamo tornate a Pasqua, con altro materiale scolastico: ci hanno fatto una grande cerimonia a scuola e ci hanno nominato madrine. Ho fondato l'associazione a giugno. E qui entra in gioco Egidio (Casati, ndr): mi sono imbattuta in una mole di pratiche burocratiche e organizzative. Lui aveva già fatto esperienze con l’invio di container e in progetti umanitari in Congo. Gli ho chiesto aiuto, ci siamo trovati subito e abbiamo stilato un primo progetto per dare risposte alle esigenze più basilari: dal pozzo dell'acqua all'istruzione».
Oltre ai container con gli aiuti, dunque ci sono i progetti.
«L’aspetto tecnico dei progetti, che non è secondario in quanto è determinante per accedere agli enti erogatori, è curato da Almerindo Capuani. Determinante anche il broker Marco Blasioli, che individua i bandi a cui partecipare. L’organizzazione ce la curiamo Egidio ed io, oltre ad altri soci e volontari che ci aiutano e sostengono».
Ma quali sono i contenuti dei progetti?
«In Congo abbiamo già contribuito a costruire un monastero, a Butempo, e ora con l’organizzazione “Piccola missione dei sordomuti” fondata da don Savino Castiglione abbiamo chiesto fondi per realizzare una scuola per il recupero dei sordomuti, sia piccoli che adulti, volta all’istruzione e all’inserimento lavorativo. Non è un aspetto secondario: significa salvare queste persone, spesso anche la loro vita. Le persone con disabilità, vengono infatti tenute ai margini, a volte anche uccise. In Senegal abbiamo trovato una bambina di 9 anni che era stata buttata in un pozzo appena nata perchè ritenuta cieca. I parassiti nel pozzo le hanno danneggiato veramente gli occhi e ora stiamo, grazie a un progetto specifico, cercando di farla curare al Bambin Gesù. Il nostro obiettivo, dunque, è che queste persone si rendano autonome. Poi abbiamo altri due progetti che vorremmo avviare il Senegal. Uno in un villaggio a 10 chilometri da Sindia: un sacerdote ci ha chiesto di realizzare un istituto scolastico con laboratori di diverso genere, dal cucito alla falegnameria, al “Fab-lab” per la formazione digitale. C’è già il terreno a disposizione. Ora consegniamo il progetto alla Cei per il finanziamento con i fondi dell’8 per mille. L’altro progetto è a Dakar, è in collaborazione con l’università locale. In una clinica sarà creato un laboratorio di protesi ortopediche e dentaria grazie a una stampante 3D. Abbiamo incontrato Giovanni Re, leader della Roland Dg: ci darà del materiale e il supporto sia per le macchine che per la formazione. Sarà una svolta: le protesi in legno, importate dalla Tunisia, costano 8mila euro l’una, mentre con questo sistema si spenderà meno di un decimo. Più persone potranno avere accesso alle protesi, dunque. E nel contempo si recupererà pure la plastica. Un progetto invece già in corso, ci lavoriamo da tre anni, riguarda la formazione in agricoltura. Si sviluppa su 30 ettari nei dintorni di Sindia. Abbiamo formato delle cooperative agricole con 47 famiglie e 39 di loro hanno già richiamato parenti che erano emigrati in Europa e non avevano un lavoro stabile. Alla fine vengono coinvolte tremila persone per la coltivazione di piante officinali e anche piante innovative utili all’uomo e agli animali. Faccio un esempio: la Moringa oleifera, pianta che si trova da loro, è utile per la fertilizzazione del terreno ma anche per la lotta al diabete».
Insomma, tante iniziative di solidarietà. Ma questa lunga esperienza in Africa ha anche un aspetto umano.
«La risposta più immediata è che ci sentiamo gratificati, ma soprattutto consapevoli di fare qualcosa di serio e concreto. Noi andiamo in Africa non come lo stereotipo dell’uomo bianco, ma viviamo come loro, senza acqua e luce, ad esempio. Quando hai bisogno la mattina di andare al pozzo a prendere l'acqua per lavarti, capisci veramente le esigenze reali. Noi non andiamo a evangelizzare o a colonizzare, ma arriviamo in punta di piedi, nel rispetto delle differenze. In definitiva ci poniamo sollo stesso livello dei nostri interlocutori. E proponiamo loro progetti, anche innovativi: abbiamo sempre ottime risposte perchè hanno voglia di imparare e di crescere. Poi l’incontro fra culture diverse favorisce la fratellanza. E arricchisce: lì riscopro i veri valori. Quando torno in Italia, torno con una coscienza più ampia e la scala delle priorità ristabilita».
Quale esperienza l’ha più toccata?
«Ricordo un anno che portammo tante biciclette. Una la demmo a una donna che aveva un figlio disabile, che aveva finito le elementari ma non poteva andare a piedi alle medie. L’anno scorso mi ha mandato la foto del figlio con il diploma della scuola media. E’ stata un’emozione fortissima. Così come quando ho saputo che la prima bambina nata sul lettino ginecologico che abbiamo inviato è stata chiamata con il mio nome».
Finora avete movimentato tante risorse. Un container con gli aiuti umanitari è partito qualche giorno fa alla volta del Senegal. Voi partirete mercoledì.
«Si, andiamo una volta all’anno, a volte due, sempre a spese nostre. Gli aiuti li raccogliamo con le cene di beneficenza, quest’anno sono state quasi 500 le persone che ci hanno voluto aiutare spontaneamente. All’ultima ha partecipato la presidente della Medisol international, Rose Wardini, l’ex ministro alla Salute: è una persona molto stimata che ci ha voluto conoscere per avviare insieme progetti internazionali di cooperazione. Ogni container che prepariamo ha un valore medio di 50mila euro. Se poi aggiungiamo anche un’ambulanza – finora ne abbiamo portate due – e l’ecografo, il valore aumenta. L’ambulanza che abbiamo inviato l’anno scorso, ci dicevano all’ospedale di Sindia, ha effettuato 1.500 interventi. E in molti casi ha salvato vite. E l’ecografo ha aiutato molto nel monitoraggio delle gravidanze: sono diminuite le morti prenatali. L’ambulanza inviata quest’anno andrà nel distretto di Guereo. In questi anni fra progetti e aiuti umanitari abbiamo movimentato qualche milione di euro».
Daniele Di Alessandro
David Marini
Francesco Virgili
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