Evade dai domiciliari, in carcere l’uomo indagato per caporalato

27 Luglio 2024

L’imprenditore accusato di non essere in casa al momento dei controlli fatti dai carabinieri La difesa valuta il ricorso al tribunale del Riesame: «Ero nell’abitazione, dormivo e non ho sentito»

TERAMO. Lui nega. «Ero in casa a dormire» ha detto al suo legale. Ma per i carabinieri l’uomo che da due settimane è agli arresti domiciliari non era nell’abitazione di Sant’Atto quando, qualche giorno fa intorno alle 7, c’è stato il quotidiano controllo di una pattuglia. Da giovedì sera il 25enne Marco Di Francesco, l’imprenditore agricolo accusato del presunto caso di caporalato, è in carcere con una misura di aggravamento firmata dal giudice Roberto Veneziano. Non è escluso che il suo legale Lidia Serroni faccia ricorso al Riesame impugnando questo provvedimento.
Intanto è stato fissato a settembre l’incidente probatorio del migrante marocchino che accusa l’imprenditore. Un interrogatorio che servirà a cristallizzare le accuse dell’uomo anche in previsione del fatto che, in considerazioni dei tempi dei fascicoli processuali, potrebbe non esserci al momento di un eventuale dibattimento. Proprio a questo aspetto ha fatto riferimento la Procura (pm titolare del fascicolo Francesca Zani) che nella richiesta ha scritto: «È un cittadino straniero privo di documenti di identità e permesso di soggiorno. Sussiste un fondato motivo di ritenere che lo stesso non verrà reperito in dibattimento al fine di rendere l’esame testimoniale». Va detto che, così come previsto dalla legge sull’immigrazione, il migrante può chiedere e ottenere un permesso di soggiorno temporaneo come vittima di particolari condizioni di sfruttamento lavorativo. Ma anche in questo caso non ci sono certezze codificate sui tempi di concessione. L’imprenditore e la mamma sono accusati (accuse tutte da dimostrare nel corso del procedimento in corso) di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro con violazione dei contratti nazionali e delle norme sulla sicurezza del lavoro. Secondo il migrante, attualmente ospite in una comunità protetta, gli sarebbe stato imposto di lavorare dodici ore al giorno per occuparsi di bestiame con l’obbligo di fare da custode anche nelle ore notturne. Tutto per 500 euro al mese e l’alloggio in una roulotte senz’acqua e senza luce posizionata vicino alla stalla, a Sant’Atto. Per il lavoro fatto da giugno dell’anno scorso e maggio di quest’anno sarebbe stato pagato solo con 2.500 euro. Inizialmente la misura degli arresti domiciliari era stata disposta solo per Di Francesco amministratore di fatto dell’azienda agricola, mentre per la mamma, la 50enne Nicoletta Di Fabio di fatto titolare dell’azienda ma con un altro lavoro, era stato disposto il divieto di dimora a Teramo. Nei giorni scorsi anche per la donna sono scattati gli arresti domiciliari perché accusata di aver violato il divieto. La donna, assistita dall’avvocato Franco Patella, ha fatto ricorso al Riesame per chiedere la possibilità di recarsi al lavoro.
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