Gambacorta, il decano del fitness «Mai con gli anabolizzanti»

Nella storica palestra “Paideia” dal 1975 per 26 anni sono passate intere generazioni di teramani Antesignano dell’utilizzo di macchinari con i pesi ma anche del ricorso all’elettrostimolazione
TERAMO. Il suo nome è indissolubilmente legato alla “paideia”. Innanzitutto nel suo significato originale: in greco significa cura dei fanciulli, sinonimo di cultura e di educazione mediante l'istruzione di corpo e mente. Questo è sempre stato l’obiettivo di Guido Gambacorta nella sua palestra “Paideia” in cui in 26 anni di attività sono passate intere generazioni di teramani.
Gambacorta, 66 anni, è quello che anni fa si chiamava insegnante di educazione fisica e che adesso, con un vocabolo inglese forse più accattivante, i più definiscono trainer. Ma non è solo questo: Gambacorta ha scritto libri, collaborato con la cattedra di medicina dello sport dell’università di Chieti e diretto anche una rivista sportiva. Il leit motiv, ovviamente, lo sport e la spiccata attenzione nell’educazione dei ragazzi, sia a scuola, dove ha insegnato per decenni, sia nelle palestre.
Nel 1975 aprì lo studio di educazione fisica Paideia in cui proponeva un diverso modo, per allora, di fare ginnastica.
«Ero giovanissimo, appena diplomato all’Isef. Quando l’aprii era solo maschile, ma già dieci anni dopo divenne anche femminile. E’ stata la prima palestra in cui si usavano i famosi pesi, tant’è che gli attrezzi all’inizio me li facevo fare: andai da un fabbro e mi feci fare una panca. Quando la andai a ritirare vidi che i supporti per il bilanciere erano posizionati nel senso sbagliato. Gli chiesi come mai e lui mi rispose: “Dottò, ma li femmn non devono mettere li gamm qua sopr? Mi aveva scambiato per un ginecologo, era il ’74. Quando ho iniziato avevo ragazzi quasi coetanei, visto che io sono del 1949. Ricordo che venivano dei signori col cappello in mano e mi pregavano di occuparmi del fisico del figlio: erano i tempi in cui si faceva la ginnastica correttiva, ora si chiama posturale. Io utilizzavo il concetto dei pesi americano, cioè macchine con sovraccarichi, in cui il movimento era guidato: all'epoca erano innovativi. Non era sollevamento pesi, era potenziamento con sovraccarichi. Negli anni l'utilizzo delle macchine si è consolidato, è stato sdogatato».
E qui introduciamo un discorso a lei molto caro. Come vede l’uso di sostanze, che indiscutibilmente si fa in molte palestre per arrivare ad avere un fisico scolpito?
«Io ho applicato sempre il motto “prima non nuocere”. Anche se qualcuno poteva dare di più sul piano fisico, non l’ho mai spinto: essendo un ragazzo, cioè un soggetto in formazione, va modellato ma in maniera non debordante. Principio a cui si dovrebbero ispirate tutti quelli che fanno questa professione. Il movimento è un farmaco e come tale va somministrato con attenzione. Mi sono sempre chiesto se le nuove generazioni sono consapevoli che il movimento deve essere finalizzato al benessere e non ad altro. Ognuno di noi ha una cilindrata e una carrozzeria: perdere il controllo, utilizzando anche sostanze come anabolizanti è pericoloso. Oggi lo sport è sintetico, non solo il campo su cui si gioca, ma anche sul campo della fisicità. Mi preoccupa la diffusione dell'utilizzo di sostanze dopanti. C’è chi dice: “Se non le prendi per tutta la vita non ti fanno male”. Io invece ho sempre detto ai genitori: fate attenzione a quello che mangiano i vostri figli. E notate le modificazioni nel fisico, che non cresce in maniera spropositata dall'oggi al domani. I genitori devono controllare dove il proprio figlio si allena e con chi, se ha le competenze, visto che non ci sono norme precise al riguardo. La competenza è fondamentale, soprattutto quando ci si occupa della salute della gente. Un concetto che va rivisto è il professore di ginnastica che è il tuttologo: oggi bisogna approfondire una specifica branca per garantire la massima professionalità possibile: l'attività fisica deve portare il passo con la medicina».
Questo suo approccio, particolarmente responsabile, si è tradotto anche in una collaborazione con l’università.
Nel ’76-’77 scrissi un paio di pubblicazione sugli infortuni nel calcio. Il libro con lo studio fu letto dal professor Leonardo Vecchiet (medico della nazionale e docente all’università di Chieti, ndr) che lo portò all'11° congresso di medicina dello sport applicata al calcio. Fu una collaborazione che è andata avanti per qualche anno. Ma in quel periodo ho fatto anche altre cose. In quel periodo Giancarlo Antonelli, giornalista della Gazzetta dello sport, fece un articolo in seconda pagina in cui difendeva l’allenatore dell'Inter, Gigi Radice: mi intervistò e spiegai in base alle statistiche che avevo elaborato che l'Inter non aveva avuto un numero di infortuni superiore alle altre squadre. Sono stato anche per quattro anni direttore editoriale di "Gente di sport" un bimestrale che si occupava di fitness: un “house organ” spedito a 8.000 palestre in tutta Italia. Tutto questo mi ha dato possibilità di collaborare con persone altrimenti inavvicinabili: ad esempio Carlo Vittori, allenatore di Mennea o Carmelo Bosco, scienziato del movimento e collaboratore della Nasa».
E forse proprio per questi contatti lei ha sempre anticipato i tempi per quanto riguarda molte tendenze del mondo del benessere. Ad esempio l’utilizzo dell’elettrostimolazione.
«In effetti scoprii una nuova metodica per l'utilizzo di un apparecchio allora semi-sconosciuto. Ci rendevamo conto che i risultati erano strabilianti. Ricorso che Massimo De Carolis, apprezzato medico sportivo ormai scomparso, un giorno mi affidò un giocatore di basket che non riusciva a recuperare con tecniche normali. La chiamavamo tecnocinesi: si trattava di fare un normale movimento fisico applicato alla stimolazione elettrica. Utilizzavamo talmente tanto il macchinario che consumavamo le pile e ne chiedevamo in continuazione altre alla ditta produttrice che un giorno, incuriosisita, ci chiamò per chiedere che ci facevamo. Noi la usavamo anche a livello estetico, sui glutei e sugli addominali. Tutto finì quando si abbassarono i prezzi e arrivarono i prodotti cinesi: la gente se la faceva a casa, a scapito della qualità, tanto che crollarono anche i risultati».
Tutto questo, e anche altro, avveniva non solo nella “Paideia” di Teramo: lei ha esportato il suo modello anche altrove.
«Nel 1980 aprii la “Paideia II”a Pescara. Contemporaneamente a questa esperienza durata 8 anni, nel 1988, abbiamo realizzato la prima palestra in Italia all'aperto, di 600 metri quadri sulla terrazza di uno degli stabilimenti più frequentati: “Eriberto”. Parliamo della Pescara dei tempi d'oro, di Galeone e di Estiarte. E l'anno lo stesso allestimento dopo venne fatto all'Acquafun di Riccione. Tornando all’attività di Teramo, nel 2001, la Paideia l’abbiamo chiusa: ci siamo trasferiti a vico del Nardo abbiamo rilevato la palestra “Down town”. Ora la nostra associazione sportiva "Energia new" si occupa non solo di palestra in senso stretto ma di ping pong, pallavolo per cui partecipiamo ai campionati. Anche adesso i criteri ispiratori sono gli stessi: ho sempre pensato a una palestra il cui modello non fosse Taricone ma Sean Connery, una fisicità elegante. Non a caso quando abbiamo fatto i 20 anni della Paideia abbiamo regalato una spilla con un muscolo e un gemello vicino».
Lei ha sempre guardato il fitness da diverse prospettive, facendo anche delle contaminazioni.
«Penso lei si riferisca a “Bellessere”. Avendo una classe indisciplinata, quando insegnavo al liceo classico, pensai di coinvolgere le “teste calde” in un progetto che potesse suscitare il loro interesse. E così organizzammo un evento in cui c’erano più cose messe insieme: sfilata di moda, parte culinaria, musica, all’ex Ultra Violet. Alla sfilata parteciparono gli studenti teramani e l’incasso venne devoluto all'Unicef. Riuscimmo a risolvere un problema scolastico con alunni tumultuosi e far beneficenza. Tutto ciò fece storcere il naso a più di un insegnante, forse pensavano che per il liceo classico fosse un’iniziativa poco culturale. Io invece penso alla cultura in una visione più ampia e che comprende tutta la vita e la società, compreso l’esercizio fisico».
In conclusione, come è cambiato il mondo palestre dagli anni 70 ad oggi?
«E’ un mondo, come tanti altri, soggetto a mode, come tali passeggere. Alcune resistono di più, come ad esempio il pilates o la zumba: tendono a persistere per capacità di insegnanti un po' più bravi rispetto ad altri. Attualmente c'è un ritorno al corpo libero, all'attività che faceva Pino Pecorale e a cui tutti ci riafacevamo quando abbiamo iniziato al nostra attività».
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