I fasonisti puntano su internet per salvare mille posti di lavoro

25 Maggio 2020

Progetto del consorzio Atea che raggruppa 55 aziende del settore moda e vive una ripartenza difficile Palandrani: «Potenzieremo l’attività sul web con fiere virtuali e creeremo un marchio territoriale» 

TERAMO. Covid, ripartenza difficile per le aziende del settore moda. Le prospettive sono fosche, se non si elaborano strategie per quello che resta uno dei pilastri del sistema produttivo teramano. Il consorzio Atea non sta con le mani in mano: ha elaborato un piano per supportare le 55 aziende associate nella difficile ripresa dopo la fermata.
«Non possiamo stare fermi, o fra sei mesi perderemo almeno la metà della forza lavoro», esordisce il presidente Francesco Palandrani. Una prospettiva inquietante: le aziende del consorzio – che arrivano a un totale di oltre 100 milioni di euro di fatturato – danno lavoro a più di più di duemila operai. La perdita stimata è dunque di mille posti di lavoro. «Le aziende a marchio proprio denunciano cancellazione di ordini, mancanza di commesse, soprattutto l’impossibilità di partecipazione a fiere internazionali, nonché l'impossibilità di realizzare meeting onde poter sottoporre i prodotti al vaglio della clientela», spiega Palandrani, «inoltre, a causa delle varie insolvenze che ogni azienda ha subito, abbiamo avuto un declassamento del rating, nonché azzeramento dei fidi da parte delle assicurazioni crediti, in pratica anche il valore di ogni azienda è peggiorato».
Non va meglio per le aziende contoterziste, che lavorano con le grandi griffe. «Accusano pesanti perdite nelle vendite (dal 30 al 50%) dovute alla mancanza di ordini», conferma il presidente di Atea, «se non interveniamo subito è probabile che il nostro territorio perda tutte quelle occasioni produttive che andranno a vantaggio di altri distretti e mai più torneranno in Abruzzo».
Il consorzio Atea propone un progetto unico di rilancio del settore moda. «Valutando le difficoltà che le nostre aziende avranno nel relazionarsi con i mercati internazionali, a causa della difficoltà degli spostamenti», osserva Palandrani, «pensiamo che investimenti sulle attività online, come partecipazione a fiere virtuali, multicanalità e creazione di alleanze internazionali siano molto importanti. Pensiamo anche a una piattaforma web con uno showroom virtuale e cataloghi web, oltre ovviamente al rafforzamento dei siti aziendali. Inoltre puntiamo alla nascita di un marchio territoriale, che dia visibilità al distretto: non sostituirebbe il brand delle singole aziende. La creazione di un network di aziende terziste servirebbe poi a giungere a una massa critica produttiva, per avvicinare griffe internazionali. Sarebbe un “network flessibile” per acquisire nuovi clienti e commesse altrimenti non gestibili dalle singole aziende. Si potrebbe realizzare il primo brand di alta qualità “Handmade luxury”. Questa fase riguarda solo la aziende terziste, che nei prossimi mesi avranno riduzioni di ordinativi, per evitare i licenziamenti. Noi abbiamo già chiesto un sostegno alle istituzioni, in primis alla Regione, e stiamo cercando anche altri finanziatori».
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