Il distretto della moda teramano attrae i grandi marchi mondiali

Case come Chanel e Fendi hanno acquisito aziende, altre ditte lavorano per conto dei principali brand Dozzi (Cgil): «Merito della qualità delle maestranze, che è sopravvissuta al crollo del modello locale»
TERAMO. Il calzaturificio Gensi (stabilimenti a Giulianova e Mosciano), all'80 per cento di proprietà Chanel, ha avuto una crescita dimensionale che l’ha portato a occupare 600 addetti. La Colonnelli 2.0, che lavora borse per conto dei principali brand mondiali con sei stabilimenti tra Colonnella e Monteprandone, è arrivata a 450 dipendenti. Sempre nella pelletteria la Dimar, che viene dal Viterbese, occupa 260 addetti a Floriano di Campli. Il maglificio Matisse di Sant’Egidio, acquisito da Fendi, prevede di raddoppiare produzione e dipendenti portandoli da 60 a 100. Il Ricamificio Gs di Sant’Egidio – che ha come clienti Moschino, Louis Vuitton, Gucci e Fendi – è di recente entrato nel gruppo Florence e conta oltre 100 addetti. Diverse aziende del Teramano collaborano con Kering, gruppo francese del lusso. Messe insieme al durevole successo del Maglificio Gran Sasso, realtà diversa nella politica industriale (produce capi propri, non conto terzi) ma dello stesso settore, queste notizie dicono che il distretto della moda teramano è tutt’altro che morto.
STORIA DI UNA CADUTA
E LA QUALITÀ CHE è RIMASTA
Certo, siamo lontani dal boom del secolo scorso. Giampiero Dozzi, segretario provinciale della Filctem Cgil, ricorda: «Nel 1991 il distretto aveva oltre 35mila unità lavorative, nel 2001 erano già scese a 15mila, nel 2007 solo noi della Cgil abbiamo gestito crisi aziendali per 8mila lavoratori. Numeri attuali non ce ne sono, non esiste un osservatorio in grado di elaborarli. Di sicuro il settore ha ancora migliaia di addetti e dimostra vitalità guadagnandosi la fiducia dei grandi marchi. Al riguardo faccio notare che già 15 anni fa la Cgil aveva fatto uno studio sul distretto moda e avanzato delle proposte per difendere il patrimonio produttivo che avevamo. La sintesi era: perché non consideriamo il Teramano come terreno di subfornitura dei grandi marchi della moda? Il tessuto d'imprese qui non ha la capacità di altri territori di seguire delle imprese leader che trascinano con sé una filiera, l'unica eccezione è il Maglificio Gran Sasso, e quindi: apriamoci all'esterno, perché comunque qui c'è qualità delle maestranze. Questa proposta non venne raccolta da nessuno, non ci fu alcuna sede istituzionale di discussione. Nonostante tutto, e la perdita consistente di capacità produttiva, questa qualità c'è ancora. Così, mentre registriamo il fallimento di una cultura e mentalità che ha pensato solo a ridurre i costi e a rivalersi sui lavoratori, possiamo dire che la vera ricchezza è la maestranza. Questa cosa è stata notata e quindi si sta intensificando la presenza di grandi marchi, perché la qualità dei lavoratori nella moda fa la differenza. Pensiamo al settore pelletteria: qui c'era una fortissima presenza, ma era una pelletteria di fascia media. Adesso quelle maestranze si stanno riaggregando intorno a qualche azienda molto forte, come Colonnelli 2.0 e Dimar. È entrato in crisi un modello che non ha saputo costruire una crescita endogena, ma ha creato capacità che vengono utilizzate da ditte che hanno rapporti commerciali con grossi marchi».
L’ASSENZA DI POLITICHE
E I TIMORI PER IL FUTURO
Certo, non sono tutte rose e fiori. I problemi del settore, elencati nell’articolo in basso, spingono Dozzi a dire: «Ora è da capire se l’interesse di questi grandi marchi proseguirà, se c'è interesse a strutturare un rapporto con il territorio. Continuiamo con fenomeni spontanei e occasionali, non gestiti? Sicuramente rappresentano delle opportunità, ma non le stiamo cogliendo tutte. L'eterno problema di questo territorio è la mancanza di governo. In altre regioni d'Italia si sono fatte delle politiche industriali, vedi la Toscana. Le istituzioni oggi qualcosa devono dire, vanno individuati dei percorsi, non si può continuare a dire che si promuove il territorio mettendo panchine o organizzando mangiatoie e bevitoie. Questa è politica da quattro soldi. Qui va capito quali servizi servono, se le aree industriali hanno problemi, se la digitalizzazione c'è stata ovunque. E c'è la formazione professionale che va rivista, va connessa con il reale fabbisogno. Dev'esserci una sede istituzionale stabile di dialogo. Sta arrivando una crisi nel settore moda, c'è un calo del mercato: come si affronterà? Mandando a casa i lavoratori?»
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