Il ristoratore scampato al Covid «Basta proteste, reinventiamoci»

Franco Cardelli, per tutti Don Franchino, per oltre un mese è rimasto attaccato a un ventilatore «Oggi ho più paura. La nostra categoria è penalizzata ma il pericolo c’è e bisogna guardare oltre»
TERAMO. Si è ripreso la vita. Anche se ora, dice, «ho più paura di prima e spero di fare subito il vaccino». Franco Cardelli, 53 anni, per tutti Don Franchino, conosciutissimo pizzaiolo a livello nazionale e internazionale, ha attraversato l’ultimo anno come in una tempesta. Da malato di Covid tornato a casa a luglio dopo 37 giorni trascorsi attaccato a un ventilatore all’ospedale Mazzini e 60 in un centro di riabilitazione, da ristoratore in uno dei momenti più difficili che la categoria abbia mai vissuto. E da ristoratore dice: «È il momento di farsi meno male possibile, la situazione è difficile. Capisco i miei colleghi, ma da sopravvissuto al Covid dico che bisogna accettare la realtà. Che in questo momento è veramente grave e difficile. Bisogna aspettare prima di riaprire tutto. Vorrei dire a tutti basta proteste e pensiamo a reinventarci».
Otto dipendenti in cassa integrazione, mano ai risparmi di una vita «negli anni ho fatto la formica» e un’attività gestita da tutta la sua famiglia su cui nel tempo ha investito tanto «proprio perché le cose andavano molto bene», oggi Cardelli è uno dei tantissimi imprenditori di un settore in ginocchio. Nei giorni in cui a livello nazionale è forte il pressing della categoria nel chiedere la riapertura serale dei locali nelle zone gialle (con il Comitato tecnico scientifico fortemente contrario), la Federazione italiana dei pubblici esercizi (Fipe) ha reso noto che solo l’anno scorso la pandemia ha bruciato quasi 38 milioni nel comparto del bere e del mangiare. Solo nei primi due mesi del 2021 è andata molto peggio. «La nostra categoria è fortemente penalizzata», dice Cardelli, «in questi mesi abbiamo fatto investimenti per garantire la sicurezza nei locali ma dobbiamo partire da un concetto di fondo che non possiamo non riconoscere: quando siamo a tavola nessuno ha la mascherina. Purtroppo è una condizione di rischio di cui non possiamo non tenere conto. Bisogna accettare la realtà e reinventarsi. I ristori? Certo qualcosa è arrivato, ma sicuramente non si vive con i ristori perché chi ha fatto degli investimenti grossi si trova a fronteggiare situazioni sicuramente non facili e che non possono essere arginate con qualche ristoro».
Un passato con studi di teologia alla Pontifica Università Lateranense di Roma, Cardelli (locale a Castelnuovo Vomano) negli anni è diventato un pizzaiolo conosciutissimo, giudice di gara nei campionati mondiali della pizza (dal Pizza Show di New York all’Euro Pizza di Parigi, dall’International Kremlin Culinary Cup di Mosca all’International Challenge di Las Vegas) e istruttore dell’Accademia italiana pizzaioli.
La consapevolezza che nulla sarà come prima e che le battaglie si possono vincere è qualcosa che accomuna tutti i sopravvissuti al Covid. Lo sa bene Cardelli che guarda avanti: «Bisogna approfittare di questo momento per reiventarsi», dice, «l’asporto è una di queste strade anche se un conto è farlo in una grande realtà e un conto è farlo in un piccolo centro. Certo ti consente di rimanere aperto e di mantenere il rapporto con i clienti. Ma sicuramente non basta. Questa pandemia ci ha insegnato che non si può prendere l’acqua sempre alla stessa sorgente perché da un giorno all’altro si può seccare. E allora bisogna trovare altro, allargare gli orizzonti. Aspettare che tutto passi e pensare al futuro. Senza abbattersi, senza arrendersi. La vita continua sempre». Perché ora che il metro è diventato il personale raggio delle nostre immaginarie circonferenze, tutti abbiamo imparato che ognuno di noi tira fuori risorse inaspettate. Con la voglia di ripartire da ciò che prima sembrava scontato.
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