L’avvocato della famiglia: «Il defibrillatore andava usato»

23 Febbraio 2017

PINETO. «Il cuore andava defibrillato e non è stato fatto. Nessuno ha mai detto, e nessuno può dire, che Marco anche usando il defibrillatore dopo i sette minuti non si sarebbe potuto salvare. Il...

PINETO. «Il cuore andava defibrillato e non è stato fatto. Nessuno ha mai detto, e nessuno può dire, che Marco anche usando il defibrillatore dopo i sette minuti non si sarebbe potuto salvare. Il defibrillatore andava usato». Così l’avvocato Giulio Calabretta, nella sua veste di avvocato e zio della vittima, interviene dopo che la Procura teramana ha firmato l’imputazione coatta per il medico del 118 che soccorse il piccoloMarco Calabretta, il bambino di 9 anni che il 25 settembre del 2015 morì in campo durante una partita di calcio. Una morte causata, come stabilì l’autopsia, da una fibrillazione ventricolare alla cui base c’era una malformazione congenita. Al medico, all’epoca in servizio al 118, viene contestato il mancato uso del defibrillatore. Per lui la Procura aveva chiesto l’archiviazione, ma il gip ha accolto la richiesta di opposizione presentata dalla famiglia della vittima rinviando gli atti al pm per l’imputazione coatta. «Il medico del 118 risponde per quello che non ha fatto», conclude l’avvocato Calabretta, « e cioè per l’assoluta assenza diagnostica rispetto a quella terapeutica. Era tenuto ad inquadrare il quadro clinico e ad adottare le cure specifiche. Il cuore andava defibrillato e non è stato fatto». (d.p.)

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