La Betafence in crisi Offerta di acquisto ma l’azienda rifiuta

Per i sindacati ci sarebbe la concorrente francese Dirickx Domani i lavoratori tornano in sciopero per due settimane
TERAMO. La multinazionale francese Dirickx, già presente a Teramo, nei mesi scorsi avrebbe avanzato una proposta per rilevare lo stabilimento Betafence di Tortoreto, sua concorrente diretta. Un “no” secco sarebbe stata la risposta. L’elemento, che getta nuova luce sulla vertenza Betafence, è emerso ieri durante la conferenza stampa indetta dai sindacati per ribattere all’azienda sulla trattativa saltata per i contratti di solidarietà. L’azienda vuole concederli per sei mesi e far partire la ristrutturazione a ottobre, i sindacati li vogliono per un anno, anche nella speranza di nuove prospettive di rilancio dal Recovery Fund. Per questo, i lavoratori hanno indetto 16 ore di sciopero: da domani e per due settimane si fermeranno per un’ora e mezza al giorno.
«Dove vogliono andare a parare il gruppo Praesidiad che controlla Betafence e il fondo Carlyle che c’è dietro?»: questa la domanda di Fim Cisl, Uilm e Fiom Cgil. Secondo loro, infatti, non solo sarebbe stata rifiutata la proposta di acquisto, ma dalla Betafence si starebbero spostando verso la concorrenza commesse e professionalità. Inoltre, i sindacati non credono alle prospettive indicate nel piano industriale, che prevede la dismissione di gran parte delle linee con due terzi di lavoratori in meno rispetto agli attuali 150.
«Alla fine del percorso inciato dall’azienda, nel 2025, non ci rimarrà niente della Betafence», dice Marco Boccanera della Fim Cisl, «È impossibile seguire ossia la produzione “poltri” di gabbioni con 50 persone, quando fino ad oggi ne ha impiegate circa un centinaio». Aggiunge Gianluca Di Girolamo della Uilm: «L’azienda sta prendendo in giro tutti. Siamo davanti a una speculazione finanziaria sfacciata». A Natascia Innamorati della Fiom Cgil, oltre a ricostruire la questione del tavolo regionale sospeso nei giorni scorsi, anche il compito di rispondere all’assessore Pietro Quaresimale che aveva bacchettato le parti: «Le istituzioni dovrebbero ricordare all’azienda la responsabilità morale, civile e imprenditoriale nei confronti dei lavoratori e del territorio. Se dà per scontato che un’azienda possa chiudere o delocalizzare ed esternalizzare, la trattativa la si può fare in un’altra sede».
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