La moglie del capitano rivela: avevo meno paura quando fu preso dai pirati somali

SILVI MARINA. «Il carcere è una pena troppo crudele rispetto al reato che avrebbero commesso. La Marina del Gambia li accusa, infatti, per una sola rete da pesca, trovata sul ponte di coperta il 12...
SILVI MARINA. «Il carcere è una pena troppo crudele rispetto al reato che avrebbero commesso. La Marina del Gambia li accusa, infatti, per una sola rete da pesca, trovata sul ponte di coperta il 12 febbraio durante un'ispezione, con le maglie strette 68 millimetri invece di 70, la misura massima consentita. Avete capito bene: per due millimetri di differenza li hanno messi in prigione!». A dirlo, in un colloquio con il Corriere della Sera, è Gianna De Simone, moglie del comandante di pescherecci Sandro De Simone (nella foto), di Silvi, che dal 2 marzo scorso è recluso nel penitenziario di “Mile Two” a Banjul, la capitale del Gambia, insieme al suo direttore di macchina Massimo Liberati. «Ho più paura oggi che nel '92, quando mio marito finì nelle mani dei pirati somali. Rimase sequestrato per un mese, all'epoca, in attesa che dall'Italia la sua compagnia pagasse il riscatto per liberarlo. Ma almeno i pirati somali - racconta la donna - gli facevano telefonare a casa due volte alla settimana e alla fine nacque quasi una fratellanza tra di loro, mangiavano insieme, a bordo, il pesce pescato. Questa volta, invece, è buio fitto».
Sempre il Corriere della Sera, nello stesso servizio, riferisce che Amnesty International descrive il carcere di Mile Two a Banjul «più come un lager che come una prigione tra carenti condizioni igieniche, malattie, sovraffollamento, caldo estremo e malnutrizione».

