La sfida di Marta: cerco mamme per salvare vite sui campi di calcio

Il figlio Marco Calabretta è morto a nove anni per una malformazione cardiaca mentre giocava «Servono più controlli e prevenzione, il ministero della Salute lanci una campagna mediatica»
PINETO. Il coraggio di Marta è il rumore delle parole quando il mondo smette di girare, è la forza travolgente di sperare che una tragedia possa servire a salvare vite. Il suo Marco aveva solo 9 anni e correva su un campo di calcio di Pineto quando il 25 settembre del 2015 si accasciò a terra stroncato da una malformazione cardiaca congenita. Per far scorrere di nuovo la vita Marta Franchi e suo marito Giuseppe Calabretta hanno declinato dolore e speranza: quella che un ragazzino possa giocare senza morire. E in questa Italia in cui ci si emoziona per le storie di Piermario Morosini e Davide Astori e dove ogni anno ci sono vittime sempre più giovani con numeri da bollettino di guerra, Marta, una ex pallavolista di A2 che oggi allena la squadra femminile del Volley Silvi, non si arrende e cerca mamme come lei per una grande battaglia: far capire che la prevenzione può salvare vite, che i controlli devono essere fatti. Con un obiettivo: che il ministero della Salute traduca i numeri in una campagna mediatica nazionale di prevenzione. Nel nome di Marco e di tanti altri in un Paese dove spesso le norme sono figlie dell’emergenza, dove a livello nazionale non esiste ancora un registro ufficiale delle morti sui campi di calcio e dove i controlli sono ancora lasciati a pochi obblighi.
Dopo la morte di Marco sicuramente c’è stata una coscienza diversa nell’affrontare il tema della prevenzione sui campi di calcio, ma ogni anno le vittime continuano ad essere sempre tante. Che cosa manca ancora?
«La morte di Marco ha salvato tanti altri ragazzini, ma le cose da fare sarebbero ancora molte. Ci vorrebbe qualcosa di forte, un messaggio che colpisca le famiglie per far fare controlli più frequenti e approfonditi. Certo è vero che dopo Marco tantissimi bambini si sono salvati, ma penso che siano ancora troppo pochi. Capisco che per il ministero della Salute sono solo numeri, ma penso che mai come in questi casi i numeri siano importanti per salvare vite. Credo che una campagna mediatica forte potrebbe essere importante per far arrivare forte il messaggio a tutti. Perché, purtroppo, le tragedie degli altri si dimenticano in fretta e magari si pensa “ma a me non succederà mai” e invece può succedere a tutti».
Lei, nel suo piccolo, non si arrende. In questi anni si è messa in contatto con altre mamme che hanno vissuto tragedie come la sua e insieme state cercando di far passare il messaggio della prevenzione.
«Ho sempre creduto che i numeri diano forza alle cose. Più siamo a chiedere e più forza abbiamo. Ogni anno in Italia sono decine i ragazzini che muoiono sui campi di calcio per malformazioni congenite. Meno di dieci giorni fa è successo ancora a Vicenza dove un 12enne si è accasciato a terra mentre giocava. Sono in contatto con delle mamme e in questi anni io e mio marito abbiamo incontrato decine di genitori che ci hanno detto di aver fatto controllare i figli dopo la morte di Marco scoprendo delle malformazioni cardiache ora sotto controllo. Ma credo che non bastino solo gli allarmi lanciati con l’emotività del momento che poi, inevitabilmente, è destinata a scemare. Bisogna ricordarsi che sui campi di calcio si gioca o ci si allena ogni giorno e che quindi ogni giorno qualcuno può morire. Soprattutto tra i giovanissimi, in quelle particolari fasce d’età dove solo durante la crescita certe malformazioni, soprattutto congenite, possono essere evidenziate e tenute sotto controllo senza il rischio di morte. Voglio ricordare che una settimana prima della tragedia io ero con Marco a fare dei controlli e una settimana dopo il mio Marco non c’era più».
Nel frattempo anche la normativa non è cambiata: sotto i 12 anni gli esami approfonditi per chi fa attività sportiva non sono obbligatori. Sono sufficienti una visita medica e un elettrocardiogramma. Come quello che, appunto, Marco aveva fatto una settimana prima. Pensa che servirebbe anche cambiare le norme?
«Penso che vada fatto tutto il possibile per capire che la prevenzione è fondamentale e che non si possono aspettare le tragedie per lanciare allarmi. Non si possono fare cose solo con la cultura dell’emergenza ma è necessario pianificare e anche in questo caso sicuramente una diversa normativa aiuterebbe a salvare vite. È evidente che tutto potrebbe contribuire e per questo credo che sia necessario parlarne sempre, non smettere mai di accendere l’attenzione su questo argomento. Perché, ripeto, ogni giorno si gioca a calcio e ogni giorno ci sono delle tragedie».
Lei è una ex pallavolista di A2 che allena la squadra femminile del volley Silvi, mentre suo marito che nella vita fa il fisioterapista segue ila squadra di pallavolo di Pineto. Lo sport fa parte della vostra vita. Anche dopo la tragedia di Marco?
«Io e mio marito abbiamo sempre creduto, e continuiamo a farlo, che lo sport sia vita e che serva ad unire. Ma ci auguriamo sempre che quello che è successo a noi non possa succedere a nessun altro genitore. E anche per questo in questi anni abbiamo voluto che la nostra esperienza potesse essere d’aiuto agli altri, abbiamo consigliato a chiunque abbia figli che fanno sport di far fare controlli approfonditi, mirati. E abbiamo visto che la sensibilità è cresciuta molto anche a livello medico, ma sono convinta che molto altro debba essere fatto e per questo continueremo a batterci nel nome di Marco».
Marco il 14 febbraio avrebbe compiuto 13 anni. Amava il calcio, le passeggiate in montagna e andare in bicicletta.
«Marco era sempre in movimento come tutti i ragazzini della sua età. Era un grillo che non stava mai fermo. Quante volte siamo saliti sui monti tutti insieme, quante volte abbiamo fatte passeggiate ed escursioni e mai c'è stato un momento di stanchezza, di malore che potesse far pensare a qualcosa. In questi anni ci hanno detto: siete due genitori coraggiosi, esemplari nel vostro atteggiamento. Noi crediamo di non avere nulla di speciale. Abbiamo un altro figlio e una profonda fede e questo è stato fondamentale. Il nostro Marco continua a darci un grande coraggio. Ogni giorno è con noi».
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