Mamma Gina, 10 anni di battaglie per la legge sull’omicidio stradale

Dopo la morte del suo unico figlio travolto a 19 anni da una macchina gira l’Italia con altri genitori «Oggi sulle strade c’è più coscienza del pericolo, ma c’è ancora tanto da fare per la sicurezza»
TERAMO. Quando muore un figlio il mondo si ferma. Serve il coraggio di una mamma per farlo continuare a girare perchè a partire da una data l’esistenza vira e quello che prima era diventa altro. «Ti aggrappi a delle conquiste nella speranza che nessuno soffra come te» dice Pasqua Gina D’Ambrosio, insegnante 60enne di Colonnella. Il 2 settembre del 2008 il suo unico figlio Luigi Edoardo Capriotti, per tutti Gigi, venne investito ed ucciso da una macchina . Era in sella al suo scooter, aveva il casco, venne travolto da un'auto che faceva inversione di marcia: lui aveva solo 19 anni e l'autista di quella macchina non è stato mai processato. In questi dieci anni mamma Gina ha raccolto firme e incontrato politici per ottenere la legge sull’omicidio stradale (la sua foto vicino all’allora presidente del consiglio Matteo Renzi nel giorno della firma ha fatto il giro del Paese) e ora gira l’Italia per educare al rispetto delle regole. Perchè la vita del diritto non si esaurisce nelle leggi e nessuna legge appartiene al legislatore. E lei, docente di materie giuridiche, questo lo sa bene.
La sua battaglia per ottenere la legge sull’omicidio stradale basta per sopravvivere al dolore di aver perso un figlio?
«Sopravvivere alla morte di un figlio è come morire lentamente. Non ci si rassegna e non ci si abitua mai. Ma ci si può raccontare e si può lottare per evitare che continui a succedere, che nessuno paghi. Io sulla tomba di mio figlio ho giurato che avrei lottato affinchè nessun genitore dovesse passare quello che è successo a me e mio marito. Quando quella notte di dieci anni fa mi hanno chiamato dicendomi che mio figlio aveva avuto un incidente mi sono precipitata in ospedale e lì, dagli occhi abbassati di un medico, ho dovuto capire quello che era successo. Anche questo manca nel nostro Paese: persone preparate che possano accompagnare i familiari nell’apprendere una notizia che ti stravolge la vita. In altri Paesi c’è e noi dovremmo imparare».
Al di là della diversa connotazione giuridica e dell’introduzione di pene più alte, che cosa è cambiato con la legge sull’omicidio stradale?
«Fino a prima della legge l’incidente stradale era considerato un omicidio di serie Z con le vittime massacrate due volte: sulla strada e nelle aule di tribunale. Il termine incidente lo abbiamo inventato noi per dare la colpa alla causalità. Ma sulle strade la causalità c’entra sempre poco perchè quando ti metti al volante di una macchina devi essere cosciente del fatto che ti muovi come se avessi un’arma. E oggi credo ci sia una maggiore coscienza della pericolosità. Se non rispetti le regole accetti il rischio di poter uccidere qualcuno. Nel predisporre la legge io, insieme ad altri familiari delle vittime delle strade, mi sono battuta perchè l’omicidio stradale non fosse solo legato a guidatori ubriachi o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Perchè l’omicidio stradale non può essere solo quello delle stragi del sabato sera e per questo, proprio grazie a noi, sono state introdotte altre fattispecie di reato a partire dall’inversione a U laddove è vietato fino al passaggio con il semaforo rosso».
Lei è una mamma che ha perso il suo unico figlio in un incidente stradale ed è una docente di diritto che ogni giorno parla di principi giuridici ai suoi studenti. Come ha spiegato il delitto di Vasto, quello dell’uomo che ha sparato a chi aveva investito e ucciso la moglie?
«Uno Stato, ed uno Stato di diritto, non può permettere ad una persona di farsi giustizia da sola, ma spesso, anzi quasi sempre, la mancanza di una giusta sanzione e della certezza impedisce la riconciliazione del reo con i familiari delle vittime e con la società. Gli esseri umani disperati non hanno più punti di riferimento. E noi familiari delle vittime delle strade spesso ci siamo sentiti esseri disperati che vagano in un Stato che non li considera. Lei deve spiegarmi perchè per avere una legge sull'omicidio stradale in questo Paese abbiamo dovuto aspettare anni, abbiamo dovuto manifestare, incatenarci. Giovanni Paolo II diceva che senza giustizia non c'è pace. Non so se la pace arriverà mai, ma con questa legge ci sarà sicuramente più giustizia per le vittime delle strade e per i loro familiari».
Cosa risponde a chi ha contestato la nuova legge, parlando anche di mancanza di presupposti giuridici.
«La nuova legge sull'omicidio stradale non risolve tutti i problemi di sicurezza delle strade nè restituisce alle famiglie le proprie vittime ma serve a dare un segnale di civiltà oltre a costituire uno straordinario deterrente verso comportamenti criminali nelle strade. Ripeto: la pena è un deterrente e prima di punire bisogna educare al rispetto delle regole».
Quest’anno, oltre al liceo statale Milli di Teramo, lei ha chiesto di insegnare anche nel carcere di Castrogno.Come ha parlato di uno Stato di diritto ai detenuti che scontano una pena?
«Ho parlato di educazione alla legalità cercando di trasmettere i valori di uno Stato di diritto. Un’esperienza fortissima che voglio ripetere. Spero di aver trasmesso qualcosa ai tanti detenuti che ho avuto come studenti. Loro a me hanno dato davvero tanto e per questo voglio ringraziarli. Le dico che al termine del corso mi hanno regalato due cigni fatti con minuscoli pezzi di carta incastrati tra di loro da portare sulla tomba di mio figlio».
Da tempo chiede la riapertura delle indagini penali sull’incidente in cui è morto suo figlio. L'inchiesta è stata archiviata nonostante le tre richieste d'opposizione mentre il procedimento civile si è chiuso con una sentenza di risarcimento danni passata in giudicato. Cosa vuole ottenere?
«Mio figlio non tornerà, ma non è giusto che chi ha sbagliato non paghi. Molte cose nella ricostruzione dell'incidente non sono state valutate nella loro complessità. Ho scoperto da sola che non erano stati gli investitori a chiamare i soccorsi e neanche che non c'erano testimoni, ma che esisteva un super testimone che percorrendo la strada in senso opposto ha visto l'accaduto e ha chiamato i soccorsi. Poi si è allontanato perchè aveva una bimba piccola in auto che piangeva. Questo teste è stato sentito nel processo civile, mai nelle indagini penali».
Oggi cosa le direbbe Gigi per questa sua battaglia?
«Mi direbbe grazie per gli altri, per tutti i ragazzi che ogni notte tornano a casa».
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