Medaglia d’oro a Giulio Alberto La madre: «Una vita per gli altri»

Il giovane tecnico del Soccorso alpino è morto con un collega in una scalata addestrativa sulle Alpi Per i due riconoscimento alla memoria per la solidarietà alpina e una statua inaugurata a Tarvisio
SILVI. Chi vive di montagna sa che è un posto della memoria, un luogo dove il passato si conserva più a lungo. Perché un anno dopo la tragedia il ragazzo partito da Silvi con il sogno del soccorso alpino è in mille pensieri, azioni, ricordi.
E ora che il pendolo della cronaca riavvolge tutto e il prezzo di certi ricordi è sempre troppo alto, il nome del 28enne finanziere Giulio Alberto Pacchione, morto con un collega il 16 agosto del 2023 sulle Alpi durante una scalata di addestramento, diventa memoria collettiva. Con una statua inaugurata qualche giorno fa nel piazzale della caserma delle Fiamme Gialle di Tarvisio dove Giulio Alberto e il collega trentenne di Pordenone Lorenzo Paroni erano finanzieri tecnici del Soccorso alpino, una lapide sulla parete nord del Piccolo Mangart dove avvenne l’incidente e una medaglia d’oro alla memoria assegnata dal Premio internazionale di solidarietà alpina che a settembre sarà consegnata ai famigliari che il 16 saranno a Tarvisio per una messa nella miniera di Rail in occasione del 70esimo anniversario della Fondazione del Soccorso alpino di Cave del Predil di cui Giulio Alberto faceva parte e una notte all’esterno di una malga, davanti a quella montagna che il 28enne di Silvi amava così tanto da trasferirsi a 14 anni in Friuli Venezia Giulia per studiare diventando prima maestro di sci e poi soccorritore. Sempre sostenuto nelle sue scelte da mamma Adima Lamborghini e papà Dario, entrambi medici pediatri molto conosciuti e benvoluti a Silvi dove lui riveste anche il ruolo di consigliere comunale. E in un tempo sospeso che non finisce mai perché nessun genitore dovrebbe sopravvivere alla morte di un figlio, mamma Adima ferma pensieri e parole con la fragile dolcezza di chi si misura con un finale senza ritorno. Perché il dolore è materia delicata e ci sono molti modi per raccontarlo, per sottrarlo all’usura del tempo: «Bisogna sempre avere una visione di noi all’interno di una società. Mio figlio l’aveva trovata mettendosi al servizio degli altri nei soccorsi. I suoi amici e i suoi colleghi mi hanno detto che ne aveva fatti tanti, che era intervenuto in tantissime occasioni anche in situazioni molto difficili. Lo abbiamo saputo dopo la sua morte, perché per lui era normale non dire niente». Lei, suo marito e i due fratelli di Giulio Alberto hanno attraversato l’ultimo anno come in una tempesta con un dolore di quelli che aprono il cuore e non sanno più rimetterlo a posto. «Mio figlio non è un eroe, questo ci tengo a dirlo», continua mamma Adima, «era un ragazzo normale, per il quale si possono usare le parole rivolte ai giovani dal Papa: “Non state sul divano”».
Giulio Alberto e il suo collega Lorenzo quel giorno di un anno fa stavano facendo una scalata di addestramento sul monte Mangart, al confine tra Italia e Slovenia. I due, alpinisti esperti, stavano risalendo la via Piussi, un sesto grado che percorre il verticale pilastro Nord, quando a causa del distacco di una roccia che li colpì caddero per diverse decine di metri. I soccorritori li trovarono t ancora legati in cordata. «Avevano fatto tante arrampicate e scalate insieme», continua Adima Lamborghini, «erano una squadra molto affiatata, due ragazzi uniti dalla grande passione per la montagna e per il servizio agli altri. Una passione che avevano trasformato in lavoro dopo aver vinto il concorso nella guardia di finanza. Erano formati allo stare insieme, al fare sempre il gioco di squadra con un senso di comunità e di fratellanza». “Pacchio”, come lo chiamavano con affetto in Val Canale, era un figlio della montagna e il suo nome resterà per sempre sulle Alpi Giulie.
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