Medico di base: «I pazienti Covid se si può vanno curati a casa»

15 Aprile 2020

Di Liberatore racconta la propria esperienza con otto malati: «Della patologia sappiamo ancora poco ma bisogna evitare il più possibile i ricoveri, siamo noi la prima linea e non gli ospedali come si crede» 

ROSETO. Cercare di combattere il Covid 19 con cure a domicilio e studiare terapie in grado di evitare l’ospedalizzazione. È l’idea di Ruben Di Liberatore, 35 anni, medico di base che opera tra Roseto e Notaresco, coinvolto in prima linea sul territorio visto che, in questo mese, ha trattato otto pazienti Covid a domicilio, evitandone il ricovero in ospedale. «Vorrei evidenziare che la prima linea non è rappresentata dagli ospedali, come ritengono istituzioni e opinione pubblica, ma dai medici di base», dice Di Liberatore, «è molto importante questo, perché così si può evitare l'intasamento dei presidi ospedalieri e arrivare, comunque, alla guarigione del paziente».
Di Liberatore con la sua esperienza diretta dà una visione diversa del problema: dall’11 marzo si è ritrovato a gestire pazienti affetti da una patologia come il Covid-19 di cui si sa davvero poco, e con decorso variabile ed eterogeneo. «Tra gli otto pazienti che ho avuto», spiega Di Liberatore, «ho notato un corteo sintomatologico estremamente variegato, da sindrome simil-influenzale di 48 ore a completa scomparsa dei sintomi, fino all’insufficienza respiratoria. Ho deciso di trattare due di loro con idrossiclorochina e, in uno dei due, ho avuto effetti positivi in 48 ore, perché è scomparsa la febbre, la tosse è migliorata e lo stesso paziente ha notato un beneficio sul malessere generale». L’idrossiclorochina è un antimalarico che viene utilizzato anche per l’artrite reumatoide, e che sta dando buoni risultati negli studi preliminari in laboratorio e sui pazienti Covid, ma che dovranno essere confermati da approfonditi studi clinici. «Sull’idrossiclorochina c’è un dibattito aperto», aggiunge Di Liberatore, «la società italiana di malattie infettive comunque ha creato una sorta di protocollo dove è previsto l’utilizzo dell’idrossiclorochina sul territorio. Io ho acquistato il farmaco, e con una confezione contenente 28 pillole potrei impostare questo protocollo a due pazienti. Preciso che, prima di iniziare il trattamento, chiedo sempre il consenso del paziente».
Di Liberatore, nelle sue visite a domicilio, ha indossato sempre tutti i dispositivi di protezione individuale, dalla mascherina Ffp3 ai guanti, dagli occhiali alla visiera, e la tuta protettiva. Ciò che preoccupa di più il medico come focolaio epidemico non è il territorio, perché l’isolamento domiciliare sta funzionando, quanto ciò che sta accadendo in ambiente sanitario. Emblematico è il caso dell’ospedale Mazzini di Teramo. «Lì è stato un disastro», evidenzia Di Liberatore, «non sono stati tutelati in primis gli operatori sanitari, che a mio avviso dovrebbero essere sottoposti a tamponi settimanali. L’obiettivo primario è evitare il contagio all’interno degli ospedali».
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