Muore per un infarto sul lavoro Il giudice: «Causato dallo sforzo»

Accolto il ricorso presentato dalla famiglia contro l’Inail che non aveva riconosciuto l’infortunio Vittima un operaio con 5 figli. Il magistrato: «Senza quell’attività il malore non si sarebbe verificato»
TERAMO. Le sentenze hanno una forza propria. Sono frutto di un percorso rigoroso e il più delle volte intersecano verità giuridiche già stabilite dalla Cassazione. Anche se questo non basta ad evitare lunghe battaglie in tribunale. Perché ci sono voluti sei anni e varie consulenze mediche, tra cui quella disposta dal tribunale, per stabilire che l’infarto sul lavoro che ha stroncato la vita di un uomo di 38 anni sia stato provocato da un eccessivo sforzo fisico e che quindi quella morte è un infortunio sul lavoro con tutti i risarcimenti e le indennità previste per i familiari. In questo caso una moglie e cinque figli.
Il provvedimento del giudice del lavoro Giuseppe Marcheggiani, che ha accolto il ricorso contro l’Inail che non aveva riconosciuto l’infortunio sul lavoro, è uno di quelli destinati a fare giurisprudenza proprio perché si muove in linea con un preciso orientamento della Cassazione secondo cui «il nesso causale non è escluso dal fatto che altre cause abbiano contribuito a determinare l’evento». Secondo la Suprema Corte, infatti, è sufficiente, ai fini del riconoscimento del nesso di causalità, che l’attività lavorativa abbia avuto un ruolo di concausa nell’infarto che non si sarebbe verificato senza quel fattore.
Il fatto avvenne nel 2016 in un’industria del Teramano dove l’uomo, un 38enne teramano in buona salute e senza patologie pregresse, era un operaio addetto alle presse industriali con mansioni specifiche inerenti alle attività di montaggio degli stampi in fase di attrezzaggio. «Dalla descrizione delle modalità del fatto si evince che il ricorrente è stato colto dal malore in occasione dell’esecuzione del lavoro di attrezzaggio della pressa con un nuovo stampo», si legge nella sentenza, «operazione che, per come si è avuto modo di rilevare, richiede uno sforzo fisico anche a causa del peso del cavo che l’operaio addetto deve porre sulla pressa, cavo che la vittima reggeva in mano, quando è stato colto dal malore». L’uomo non aveva problemi di ipertensione nè familiarità con malattie cardiovascolari. «L’improvviso decesso», si legge ancora, «è avvenuto durante l’abituale attività lavorativa che prevede la movimentazione di carichi. La circostanza soddisfa i postulati relativi alla causa violenta: azione rapida ed esterna all’organismo configurando l’infortunio che ha scatenato l’evento infartuale. Nel caso in esame lo sforzo fisico avrebbe avuto il ruolo efficiente e determinante senza la quale la lesione non sarebbe avvenuta».
Secondo il giudice «il nesso causale non è escluso dal fatto che altre cause abbiano contribuito a determinare l’evento perché è sufficiente, ai fini del riconoscimento del nesso di causalità, che l’attività lavorativa abbia avuto un ruolo di concausa nell’infarto che non si sarebbe verificato senza tale fattore. Nel corso dell’attività lavorativa, per effetto dello sforzo fisico, si è verificata la rottura di una placca che ostruiva parzialmente la coronaria destra. I processi coagulativi scatenati dall’evento hanno portato rapidamente all’occlusione completa del vaso». E ancora: «L’ischemia miocardica acuta che ne è conseguita ha velocemente innescato un’aritmia fatale (fibrillazione ventricolare) con arresto cardio-respiratorio, determinando quella che viene comunemente definita “morte improvvisa”. Il decesso è stato immediato e a nulla sono valsi i tentativi di rianimazione iniziati meno di 15 minuti dopo l’evento». La famiglia è stata assistita dall’avvocato Gennaro Cozzolino.
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