Muore per un infarto sul lavoro Il giudice: vanno risarciti i familiari

Dipendente della Giulianova Patrimonio si sentì male mentre spostava un albero caduto sulla strada Il perito: «Era malato, non poteva fare sforzi». Trecentomila euro a moglie, figlia e mamma
TERAMO. È morto dieci mesi dopo l’infarto che lo aveva colpito mentre per lavoro stava spostando un albero caduto sulla strada. Per il giudice una diretta conseguenza nonostante il tempo trascorso e, soprattutto, una mansione che quel giorno non avrebbe dovuto svolgere viste le sue pregresse condizioni fisiche.
Quella firmata dal giudice del lavoro Giuseppe Marcheggiani è una sentenza che accoglie il ricorso dei familiari di un 54enne teramano contro la Giulianova Patrimonio, società partecipata del Comune, e li risarcisce con oltre trecentomila euro per i danni morali avuti da quella perdita (100mila euro alla moglie, 100mila euro alla figlia, 75mila alla mamma e 25mila euro ciascuno ai due fratelli). Il provvedimento è uno di quelli destinati a fare giurisprudenza proprio perché si muove in linea con un preciso orientamento della Cassazione secondo cui «il nesso causale non è escluso dal fatto che altre cause abbiano contribuito a determinare l’evento».
Secondo la Suprema Corte, infatti, è sufficiente, ai fini del riconoscimento del nesso di causalità, che l’attività lavorativa abbia avuto un ruolo di concausa nell’infarto che non si sarebbe verificato senza quel fattore. Ovvero il fatto che il dipendente in passato avesse avuto problemi di cuore non può essere considerata una esimente per l’infortunio sul lavoro. E a questo proposito scrive il perito nominato dal giudice nella sua relazione agli atti: «Nel corso degli anni aveva presentato un’evoluzione sfavorevole della malattia per cui era da considerare un soggetto in precario equilibrio clinico, ad alto rischio. La sua capacità di lavoro era gravemente compromessa dalle lesioni coronariche documentate, non poteva svolgere alcuna attività fisicamente impegnativa ed era stato ripetutamente giudicato non idoneo alla movimentazione di carichi dal medico competente. In tale ottica la rimozione di un albero caduto che era di grandi dimensioni e così pesante da procurare gravi danni ad una vettura in transito non era una mansione alla quale poteva essere destinato». Il fatto avvenne il 5 marzo del 2015 quando l’uomo, dipendente della Giulianova Patrimonio, venne chiamato dal suo responsabile che gli comunicò che a causa di una forte pioggia era caduto un albero su una strada e che bisognava intervenire per rimuovere la pianta dalla carreggiata. L’uomo, insieme ad altri due colleghi, intervenne sul posto. I tre, dopo aver tagliato l’albero con una motosega, lavorarono mano per spostare l’albero dalla strada e sistemarlo ai bordi. Proprio nel momento in cui l’uomo stava spingendo l’albero sul ciglio della strada si sentì male. I colleghi lo accompagnarono a casa e qui i familiari chiamarono l’ambulanza del 118. Una volta arrivato in ospedale all’uomo venne diagnosticato un infarto al miocardio e sottoposto ad un delicato intervento chirurgico. Successivamente tornò a casa, ma norientrò mai al lavoro.
Così commenta l’avvocato Sigmar Frattarelli che ha assistito i familiari nel ricorso: «La sentenza emessa dal giudice Marcheggiani ha accertato e confermato la grave responsabilità della società Giulianova Patrimonio per aver causato l’infarto del 5 marzo 2015 e poi la morte del lavoratore a distanza di qualche mese considerato che, pur essendosi egli sottoposto ad un delicato intervento chirurgico e pur avendo osservato la successiva terapia prescrittagli, il cuore non ha retto alla gravità delle lesioni permanenti riportate a seguito della recidiva infartuale del 5 marzo. Si è trattato, invero, di modalità di svolgimento dell’attività lavorativa del tutto incompatibili con il suo stato di salute e inosservanti del divieto di movimentazione manuale di carichi prescritto dal medico aziendale».
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