Muzii, la giovane restauratrice che ha recuperato decine di opere

12 Maggio 2019

È impegnata nel valorizzare l’arte in Abruzzo, dai dipinti di Castelbasso alla Madonna di Corropoli «L’emozione più forte quando un quadro trattato da me è stato battuto da Sotheby’s per un milione»

TERAMO. E’ un lavoro nuovo, che solo chi ha una grande passione per l’arte può fare. E Valentina Muzii, giovane restauratrice teramana impegnata nella diffusione dell’arte e della cultura, conferma questo assioma. Passione per l’arte ma anche per l’Abruzzo che la giovane non vuole lasciare – nonostante le diverse opportunità all’estero – anzi nella sua terra natale si impegna attivamente con attività culturali di vario genere. «Mi piace l’Italia, mi piace l’Abruzzo», esordisce con un luccichìo negli occhi, «penso sia un posto dove si può vivere bene: c’è il mare, la montagna e una discreta stabilità. Sarei potuta rimanere a Firenze, dove ho studiato, e non l’ho fatto»
Come ha deciso di diventare restauratrice, un lavoro non così conosciuto?
«Sin da piccola mi è sempre piaciuto dipingere, ma ho studiato al liceo classico europeo, non al liceo artistico. Di conseguenza non ho appreso le competenze per fare la pittrice, anche se ho una certa manualità. Ma al momento di scegliere che studi fare dopo la maturità, l'amore per l'arte ha prevalso e ho scelto un futuro sempre all'interno dell'arte. E ho frequentato l’Università internazionale dell’arte di Firenze. Il mio è un lavoro molto tecnico-scientifico e non creativo, come può essere la pittura. Anzi, spesso è meglio che non sappia dipingere: rimani più oggettiva e non ci metti del tuo, cosa che può essere tentato di fare un artista».
E così ha deciso di fare la restauratrice, e di farla a Teramo. Ma più volte sulla sua pagina Facebook racconta aneddoti in cui il suo lavoro viene sottovalutato. È difficile esercitare il suo mestiere in Abruzzo?
«E’ un po' difficile in generale perché è un mestiere poco noto quindi si tende a sottovalutarlo: c'è la tendenza a pensare che si tratti di un hobby, del pittore che poi restaura, oppure di chi lo fa nel garage di casa la domenica. Questo in parte è stato vero fino a un po' di anni fa, perché il restauratore nasce dalla bottega, un po' come il falegname, non c'era un'adeguata preparazione dietro. Da circa una ventina di anni però ci sono scuole di restauro in cui si studia storia dell'arte, ma anche la parte scientifica come chimica, fisica, biologia, oltre quella pratica. È un fatto ancora poco noto quindi si tende a pensare che non ci siano delle competenze dietro. Noi invece abbiamo studiato come altri professionisti, facciamo corsi di aggiornamento e dobbiamo avere ampie conoscenze. Oltre alla poca conoscenza di questo mestiere, gioca un ruolo importante anche la mancanza di una vera tradizione di restauro in Abruzzo e in particolare a Teramo, come invece è presente in altre città come Firenze. Siamo penalizzati perché non c'è molta sensibilità verso l'arte e i beni culturali. La difficoltà è stata anche maggiore per me che ho iniziato a lavorare a soli 23 anni in maniera del tutto autonoma».
Lei ha ampliato i confini del suo lavoro, fa volontariato e vari seminari sempre sull’arte.
«Svolgo volontariato con il Fai, nella delegazione di Teramo, con cui organizziamo eventi a sfondo artistico e paesaggistico in tutta la provincia. Ho creato inoltre un ciclo di incontri della durata di 45 minuti ciascuno, che ho chiamato "Il lato insolito dell'arte". Parto dall'analisi di opere d'arte connesse a un determinato argomento. Ad esempio il cibo: proietto immagini di opere d'arte che raffigurano soggetti alimentari, scene di banchetti, ultime cene, e tutto ciò che ha a che fare con il cibo, spiegandone le simbologie o alcuni abbinamenti gastronomici sempre inerenti alla storia dell’arte. L’ho fatto anche con il vino, con riferimenti alla simbologia, alle allegorie, a come veniva inteso nell’antichità, a come veniva bevuto, quando, in quali bicchieri e contenitori. A San Valentino invece il seminario trattava l’amore nelle opere d’arte. Ce ne sono diversi e interessanti di brevi seminari: sulla moda e sul costume, ma anche sulla storia della medicina e dell’astronomia attraverso l’arte. Si tratta di discorsi antropologici che partono dall’analisi di opere di arte, che sono nati come lezioni all’Università della terza età ma ora vengono fatti anche in tante altre sedi. È un modo di fare cultura in maniera più leggera, cercando di avvicinare la gente all’arte in maniera diversa dal consueto, suscitando curiosità e sviscerando tematiche insolite e poco note. Cerco di farlo anche attraverso articoli e saggi su temi artistici, con taglio tecnico-scientifico».
Lei ha restaurato tantissime opere, quali sono quelle che hanno lasciato il segno?
«Quelle più interessanti e a cui sono più legata sono le tre tele conservate nella chiesa dei santi Pietro e Andrea di Castelbasso e la statua della Madonna Mejulana conservata nella chiesa di Sant’Agnese a Corropoli, scultura lignea policroma. Per quanto riguarda i dipinti di Castelbasso, gli interventi hanno portato a delle scoperte. Ho infatti portato alla luce la firma dell'artista, Gilberto Todini di Fermo, e la data: 1759. Era un elemento basilare che non si conosceva e che ha consentito l'attribuzione dell'opera. Sulla Madonna invece c’è stato un intervento molto complesso dal punto di vista critico e tecnico».
Quanto valore hanno i social per la sua attività e per la sua promozione?
«Ho aperto il mio sito web nel 2004. Tuttavia nella branca del restauro ci indirizziamo a un pubblico che non è presente sui social, lavoriamo soprattutto con le Soprintendenze, quindi tramite ente pubblico, con le parrocchie e con fondazioni private. Il social fa da vetrina. Attraverso un post mostro il prima e il dopo del restauro, faccio vedere che uso determinate tecniche innovative rispetto ad altre obsolete, che utilizzo determinati materiali di qualità rispetto ad altri. Tuttavia quello che conta nel nostro lavoro è fondamentalmente il passaparola. Facebook l’ho inteso non solo come vetrina della mia attività ma anche come promozione dell’arte in Abruzzo. Mi piace segnalare e pubblicizzare gli eventi culturali che ritengo più rilevanti nella nostra regione».
Ha un sogno da realizzare legato al suo lavoro?
«Una parte di sogno l’ho già realizzata già e penso sia il sogno di ogni restauratore: lavorare a un’opera e scoprire in seguito che vale un milione di euro. Nel 2008 ho pulito un dipinto e in seguito è stato fatto periziare dalla Sotheby’s : è venuto fuori che fosse un’ opera sconosciuta di cui si erano perse le tracce, dipinta nel 1912 da Isaak Brodskij, tra i massimi esponenti del realismo sovietico. Era firmata in cirillico e nessuno l’aveva interpretata. Era a Teramo, a casa di un collezionista privato che l’aveva ereditata. Il quadro è stato battuto all’asta a Londra ed è stato acquistato, appunto per un milione, da un collezionista russo. Un grande sogno, oltre che restaurare un Caravaggio», afferma sorridendo, «è che l’umanità abbia consapevolezza del valore del restauro, perché al di là della valenza estetica e conservativa, se le opere sono conservate bene vengono studiate e lette meglio».
Marta Beatrice Anghel
Vincenzo Del Manzo
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