Picardi: «Verità nostro obiettivo sul delitto dei coniugi Masi»

Dopo l’appello della figlia Elvira, il procuratore pronto a incontrare i familiari della coppia uccisa Le indagini riaperte dopo 19 anni dal massacro dell’avvocato e della moglie nella villa di Nereto
TERAMO. La storia insegna che i meccanismi giudiziari non sempre danno risposte risolutive. Ma gli uomini che incarnano lo Stato di diritto sanno che la giustizia deve restare la massima aspirazione e che la ricerca della verità non può essere lasciata solo ai familiari delle vittime. «La verità è il nostro obiettivo sul delitto dei coniugi Masi» dice il procuratore Ettore Picardi il giorno dopo l’appello lanciato da Elvira Masi, la figlia dell’avvocato Libero Masi e della moglie Emanuela Chelli uccisi a colpi di machete nella loro villa di Nereto nella notte tra il 1° e il 2 giugno del 2005.
Alla vigilia del 19esimo anniversario di un delitto rimasto senza colpevoli e nell’anno in cui le indagini sono state riaperte dopo l’archiviazione del 2010, Elvira e suo fratello Alessandro sono tornati a chiedere «verità per mamma e per papà. Una verità reale e non fine a se stessa dovuta alla memoria dei nostri genitori, due persone solari, amate e stimate da tutti, che non avevano nulla da nascondere nella loro esistenza privata e professionale». Il procuratore si è detto disponibile ad incontrare Elvira e il fratello «naturalmente senza entrare nel merito di indagini che sono in corso». Picardi, che quando era pm ad Ascoli è stato in prima linea nelle indagini sugli omicidi di Melania Rea e Rossella Goffo, due casi risolti e finiti alla ribalta delle cronache nazionali, sa come muoversi nelle grandi storie di cronaca. E questa volta con un obiettivo in più: che il moto del tempo non cancelli quella notte di orrore e orrori nella villetta di via Lenin, a Nereto.
L’archiviazione del caso Masi risale al 2010: negli atti sei pagine per archiviare un massacro e poco più di tre righe per mettere nero su bianco che «non si profilano ulteriori sentieri investigativi da percorrere per l'individuazione del colpevole».
Il delitto dell'avvocato Libero Masi e della moglie Emanuela Chelli negli anni è rimasto un mistero con mille ipotesi e nessuna certezza. Nemmeno la più seguita: quella di una rapina degenerata. Nel decreto di archiviazione l’allora gip di Teramo Guendalina Buccella ha spazzato via anche l'unica convinzione di investigatori e inquirenti dopo aver scartato tutte le altre ipotesi. «Quanto all'ipotizzata rapina», si legge a questo proposito nel decreto di archiviazione, «gli accertamenti davano esito negativo, non potendo, poi, trascurare, il significato del successivo rinvenimento della cospicua somma di denaro che l'avvocato aveva riscosso il pomeriggio dell'omicidio». Somma che tanti anni dopo, nel corso di uno degli accertamenti fatti, è stata ritrovata tra le pagine di un libro sistemato su un mobile della villa di via Lenin.
Archiviati i cinque sospettati: tre marsicani e due teramani. I marsicani erano gli stessi che cinque mesi dopo il delitto di Nereto vennero arrestati e poi condannati (prima all'ergastolo e in secondo grado a 30 anni) per l'omicidio di Roberto Manni, giovane commerciante di Morino, nella Marsica. Tutto questo e altro negli atti di un’indagine chiusa e riaperta due volte prima dell’archiviazione. Con tanti silenzi a scandire per sempre la vita di chi non c’è più e quella di chi resta.
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