Provincia, popolazione stabile Male il capoluogo e l’entroterra

2 Aprile 2024

Il Teramano arresta il trend negativo seguito al culmine del 2010 solo grazie alla tenuta della costa Ottime le performance di Alba Adriatica e Martinsicuro, sul litorale fanno meno bene Pineto e Silvi

TERAMO. Subito prima che arrivasse la pandemia, il 1° gennaio 2020, la provincia di Teramo contava 303.900 abitanti. Quattro anni dopo, quindi il primo giorno di quest’anno, l’Istat ne conta 299.151: quasi cinquemila in meno. In realtà, però, la grande emorragia di residenti era cominciata da un bel pezzo: l’ultimo giorno del 2010 la popolazione del Teramano aveva raggiunto il top di sempre (312.239), dieci anni dopo (31 dicembre 2020) era calata a 301.104 – perdendo 11.135 unità – e l’anno successivo sarebbe scesa sotto la soglia dei 300mila. Il trend negativo ora sembra essersi arrestato visto che il 31 dicembre 2022 i residenti erano 299.071 e quindi nel corso del 2023 sono tornati a crescere, sia pure di poche decine.
LA COSTA CHE TIENE
Premesso che l’andamento demografico non esaltante del Teramano è comune a quasi tutte le province italiane e, in Abruzzo, peggiore solo di quello di Pescara, e riconosciute le grandi cause nella natalità ogni anno inferiore alla mortalità e nella scarsa attrattività della regione per gli stranieri, non tutto il territorio provinciale va alla stessa velocità. La costa (ovvero i sette comuni che vanno da Martinsicuro a Silvi, una sorta di città lineare praticamente ininterrotta) tiene, e i numeri lo dicono chiaro: all’alba del 2020 i residenti sul litorale teramano erano 119.709, oggi sono 120.531 (+822 su quattro anni fa e addirittura +594 sull’anno scorso, che si era chiuso a quota 119.937). È vero che tra le sette cittadine costiere non tutte guadagnano residenti e basta guardare l’infografico a fianco per notare come alle ottime performance dell’estremo nord (Martinsicuro e soprattutto Alba Adriatica in crescita di centinaia di unità rispetto al pre-pandemia) faccia da contraltare il calo di Pineto (quasi 200 residenti in meno in quattro anni) e la stagnazione di Silvi (-15), mentre i segni più di Roseto, Giulianova e Tortoreto si accompagnano a numeri modesti se relazionati con il totale della popolazione. In generale, tuttavia, il pezzo di provincia che si affaccia sul mare è di gran lunga più vivace demograficamente del resto. Accade da decenni, anche da prima dell’ultima guerra, insomma non è una sorpresa: ma il fatto che i segni più continuino a esserci ancora oggi, nel drammatico inverno demografico nazionale, è degno di nota.
ENTROTERRA E CAPOLUOGO
L’entroterra teramano, come tutti quelli appenninici, si sta spopolando da oltre 60 anni. Il dato Istat che colpisce, però, è che in questo spopolamento che procede inesorabile e in certi casi – vedi la montagna – ad alta velocità sia pesantemente coinvolto, da qualche anno, il capoluogo di provincia. Teramo a fine 2008 aveva toccato i 55mila abitanti: oggi secondo l’Istat ne ha poco più di 51.500 e dall’immediato pre-Covid ne ha persi quasi 2.500. Il calo drastico, in effetti, è cominciato dopo il 2018 (il 31 dicembre di quell’anno i teramani erano ancora 54.443 e il saldo era stato positivo rispetto al 2017) e, sia pure molto frenato nell’ultimo triennio (a fine 2021 i residenti erano 51.849, a fine 2022 51.650), continua inesorabile. Rispetto al totale della popolazione c’è anche chi fa peggio di Teramo, e lasciamo fuori i paesi di montagna: due cittadine che dovrebbero essere un punto di riferimento e di attrazione per i rispettivi circondari come Atri e soprattutto Montorio hanno subito emorragie consistenti rispetto all’inizio del 2020. In generale, sul territorio regna una frammentazione in microcosmi sempre più anziani e poveri: la provincia, su 47 comuni, ne conta 18 tra cinquemila e mille abitanti e nove sotto i mille. Di questi nove i più drammaticamente spopolati sono Fano Adriano (262 residenti) e Pietracamela (204): borghi ai piedi del Gran Sasso, immersi in una natura splendida e dotati di attrazioni turistiche purtroppo inattive. Giusto per dire che certi declini non sono solo questione di nascite e morti, ma anche di occasioni perdute.
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