Rischiano la morte, tre migranti potranno restare nel Teramano

Il tribunale accoglie il ricorso presentato dopo che non sono stati ammessi allo status di rifugiati Tra le storie quella di un uomo che nel suo Paese potrebbe essere ucciso perché omosessuale
TERAMO. Nei giorni infiniti del caso Sea Watch e della capitana Carola, i provvedimenti di un tribunale ribadiscono che i migranti in pericolo nella loro terra d’origine vanno protetti. Sempre. Che rischino la morte perchè omosessuali o l’arresto perché in fuga dal gruppo di Boko Haram: frammenti di vita a raccontare le storie di tre nigeriani giunti nel Teramano e che hanno ottenuto la protezione internazionale (potranno restare ) dopo aver chiesto invano lo status di rifugiato.
Nei giorni scorsi il tribunale dell’Aquila, sede della competente commissione territoriale, ha accolto i ricorsi dei tre extracomunitari (tutti assistiti dall’avvocato Annarita Di Lorenzo ) facendo riferimento al decreto legislativo del 2007 invocato proprio dal legale. Questa norma che raccoglie le indicazioni comunitarie, ammette alla protezione internazionale lo straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine correrebbe il rischio di morte o di finire in un carcere in cui i diritti umani non sono rispettati. Una norma largamente invocata da chi è in fuga da Paesi dilaniati da guerre tra bande rivali del tutto incontrollate dalle autorità statali o da altre organizzazioni (Nigeria e Congo) o da guerre civili (attualissimo il caso della Siria) o caratterizzate dal dominio di organizzazioni terroristiche (Afghanistan e Pakistan). In molti casi i richiedenti protezione internazionale lamentano il concreto pericolo di violenza derivante dalla condizione del Paese o della regione di provenienza, pur non potendo affermare di essere direttamente perseguitati o minacciati individualmente. «In casi del genere», hanno scritto i giudici nei provvedimenti (collegio presieduto da Ciro Riviezzo con Anna Maria Tracanna e Christian Corbi, «non opera il tradizionale principio dispositivo proprio del giudizio civile ordinario, ma il giudice ha il dovere di cooperare nell’accertamento dei fatti rilevanti compiendo un’attività istruttoria ufficiosa con cui occorre verificare l’indice di rischio in rapporto alla situazione del Paese. L’attuale situazione della Nigeria è la seguente: le operazioni di polizia hanno continuato ad essere caratterizzate da violazioni dei diritti umani. Centinaia di persone sono rimaste vittime di uccisioni illegali, spesso prima o durante arresti realizzati per strada; altre sono state torturate a morte in detenzione di polizia e molte di queste uccisioni illegali potrebbero essere equiparabili ad esecuzioni extragiudiziali». E con particolare riferimento alla Nigeria scrivono: «In Nigeria le operazioni di polizia hanno continuato ad essere caratterizzate da violazioni dei diritti umani: centinaia di persone sono rimaste vittime di uccisioni illegali, spesso durante arresti per strada, altre sono state torturate a morte in detenzione di polizia».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

