Scacchia: «Questa è la mia Africa Siamo uguali con culture diverse»

17 Febbraio 2019

Il veterinario dell’istituto zooprofilattico racconta i suoi trent’anni di esperienza in 16 Paesi  «Ci sono tradizioni molto radicate: se macelli un dromedario devi per forza mangiare un po’ di gobba» 

TERAMO. Una vita che parte da Campo Boario e prosegue fino in Africa. Massimo Scacchia a 60 anni può raccontare l’Africa come pochi. Veterinario dell’istituto zooprofilattico dal 1990, ha poco dopo iniziato a fare attività di volontariato in Africa. Successivamente la sua è diventata un’attività strutturata nell’istituto “Caporale” e oggi è responsabile della cooperazione internazionale. L’amore per gli animali e per l’Africa, oltre che per gli affetti famigliari, si accompagna anche a un’altra passione, il rugby.
Tre passioni, nella sua vita. E un luogo da cui è partito tutto, Campo Boario, dove era da piccolo e dove siamo ancora oggi, a fare quest’intervista.
«Inizia tutto da qui, a Campo Boario ha abitato mia madre per anni e mio padre era ragioniere all’Izs. Si sono conosciuti qui, e io da piccolo qui avevo a che fare con gli animali e d’estate andavo a pascere bovini e pecore da mio nonno. A un certo punto – avevo 15 anni, era il 1974 – arriva il rugby: nasce la prima squadra l’Amatori Rugby Teramo. Ricordo ancora il primo allenamento, al galoppatoio, tenuto da uno studente dell’Aquila di Giurisprudenza, Franco Galeota. Il rugby è uno sport violento ma che ti porta a un rispetto totale per l’avversario e una fiducia totale nei tuoi compagni di squadra, che nel momento del bisogno arrivano in soccorso. Ho giocato fino a 30 anni, siamo arrivati in C1, una categoria bassa, ma il fine era continuare a perpetuare il rapporto fra noi compagni. Poi mi hanno proposto andare a giocare con il Cus L’Aquila in serie B, ma non sarei andato a studiare veterinaria. Così mi sono iscritto a Bologna, ma ogni fine settimana tornavo qui in autostop per giocare la partita per poi ritornare a Bologna. Alla fine, iniziando a lavorare e con la famiglia che si stava formando, ho dovuto interrompere l’attività agonistica. Ma ancora adesso con i vecchi compagni di squadra siamo amici, si è pure creata una squadra “Old Teramo Rugby” che fa tornei in Europa. E ci incontriamo l’ultimo giovedì di tutti i mesi dispari. E a 60 anni facciamo le stesse cose di quando ne avevamo 15».
E il rapporto con l’Africa quando nasce?
«Nel ’90 fui assunto come veterinario allo Zooprofilattico e cominciai a fare attività di volontariato. In istituto lavoravo in laboratorio e avevo acquisito competenze utili per allestire e avviare i laboratori. Così sono partito per la Tanzania, con un’organizzazione cattolica, a metter su piccoli laboratori diagnostici che permettevano di curare gli animali: tutte le spese erano a mio carico e ci andavo usufruendo delle ferie. Poi sono andato in Uganda con un’organizzazione laica e due volte in Algeria».
Ma perché ha scelto l’Africa?
«Non lo so, me l’hanno chiesto. Poi guardando le prospettive dell’istituto che è centro di referenza italiano per malattie esotiche, ho realizzato che l’esperienza in Africa poteva essere utile all’istituto per cui lavoro. Grazie al direttore Enzo Caporale e ad Attilio Pini, un veterinario che per 30 anni ha lavorato in Africa e che è stato consulente dell’istituto, si è creato rapporto fra Izs e istituzioni africane. In prima battuta siamo andati in Namibia dove abbiamo studiato le malattie che erano una priorità sanitaria per loro, in modo da fornire metodi diagnostici più rapidi, per evitare la morte di numerosi animali. C’è un detto che lega l’Africa alla veterinaria: “Noi curiamo gli animali per non far fare gli uomini una vita da bestie”. Dopo il rapporto con gli africani è diventato di fiducia: ci hanno chiesto cose specifiche, ad esempio che un veterinario andasse in Namibia per due anni a ricoprire il ruolo di responsabile del laboratorio centrale veterinario. Un ruolo importante: Namibia e Botswuana sono gli unici due Paesi che esportano carne in Europa».
Lei quindi ha vissuto due anni in Namibia: ha dovuto sacrificare la famiglia?
«Io ho avuto un unico merito: sposare una grande donna, Luciana, che con una ragazzina di 15 anni mi supportò in questa decisione gestendo un momento potenzialmente critico. Loro sono venute a trovarmi più volte giù, ma mia moglie ha giocato un ruolo fondamentale: Skype aiuta ma non puoi fare il padre con Skype».
Ci racconti la “sua” Africa. Le impressioni, i ricordi...
«Quando vai per la prima volta in Africa ti sconvolgono colori e odori. Al esempio per loro noi puzziamo di morto e noi sentiamo parimenti un odore forte. Queste cose in un contesto cittadino scompaiono e anche al colore della pelle non ci fai più caso. E differenzi le persone fra brave e meno brave o fra chi lavora di più e chi meno. Non è facilissimo stringere rapporti di amicizia, sono più riservati di noi. Ma nei momenti di bisogno mi sono stati vicino e mi hanno consigliando per il meglio. Qualche giorno fa sono stato giù, la gente ancora piange ricordando i quei due anni insieme, dal 20087 al 2009. E comunque, in qualsiasi Paese si vada, bisogna inserirsi in un contesto di tradizioni locali. Se ti invitano a un matrimonio o a un funerale, sai che passi 2-3 giorni insieme a mangiare e bere. E ci sono alcune tradizioni che vanno rispettate: ad esempio l’uomo entra per primo e mangia per primo nei ristoranti. Altre tradizioni sono tipiche del mondo rurale, come il rito della macellazione di animali. Si deve sempre mangiare un pezzetto di gobba o fegato del dromedario macellato: portano buoni auspici e un buono stato di salute o bere latte appena munto di dromedario, con tutti i rischi sanitari che ne conseguono. O si beve la birra locale, fatta con la linfa delle canne e raccolta in contenitori usati come bicchieri comuni con le formiche che ci galleggiano. Ci sono ricordi che rimangono indelebili: entrammo in una capanna di una donna anziana che non aveva nulla, tranne un ananas. Lei si privò dell’unico bene che aveva a casa per darlo a persone arrivate con un fuoristrada che valeva mille volte il suo reddito. Quando vai nei villaggi spesso ti fanno regali. Si pensa poi che le case siano poco igieniche, non è vero: la terra è così ben battuta che diventa lucida, si spazza senza problema. Nei villaggi ci sono aree per le donne in periodo mestruale e aree dove si partorisce. E nei recinti delle case appendono i crani dei bovini per far capire quanto siano ricchi. I bovini sono considerati soldi in banca, gli ovini nel portamonete».
Un aneddoto?
«Eravamo al confine con l’Angola, con la famiglia e andammo a trovare gli Himba, una tribù detta “Popolo rosso” in quanto si ricoprono la pelle con terra rossa e burro. Loro sono appassionati del metallo, costruiscono gioielli con tutte le leghe, ad esempio fanno braccialetti con le zip. Ricordo che a un certo unto mia figlia rise e tutto il villaggio le andò intorno. Noi ci preoccupammo, non capendo che accadeva. Volevano che aprisse la bocca per vedere l’apparecchio dei denti. E quindi da visitatori ci trasformammo in “visitati”.
Come l’ha cambiata il suo rapporto con l’Africa?
«Rendersi conto che siamo tutti uguali ti porta a ragionare in maniera differente. Ho sempre invitato colleghi africani, venuti qui a fare corsi, a casa mia per un momento di scambio culturale di tradizioni, di modi di vita. Sarebbe bello utilizzare l’istituto per far crescere Teramo. Abbiamo appena avuto qui 15 colleghi africani provenienti di cinque Paesi diversi per fare formazione scientifica. Quando sento dire “Aiutiamoli a casa loro”, io cambierei in “Aiutiamoli a casa nostra”: per una formazione di livello medio-alto è necessario che gli africani vengano qui. E sarebbe un’occasione di crescita anche per la città».
Possiamo definire il rapporto istituto zooprofilattico-Africa come un dare-avere?
«Dall’Africa abbiamo riportato informazioni che abbiamo condiviso con tutta la popolazione veterinaria in Italia: abbiamo presentato malattie che si sarebbero potute studiare solo sui i libri. Sono malattie che stanno arrivando in Italia. La blue tongue l’ho vista nel 1995 in Sudafrica e ora è presente su tutto il territorio italiano. Altre malattie stanno risalendo il continente africano verso il Mediterraneo: il Sahara non è più una barriera. Io ho fatto una scelta di vita: dedicare ultimi anni della mia professione a incrementare i rapporti fra Italia e Africa, grazie al supporto dell’Izs e del ministero della Salute con la speranza che tutto venga continuato da giovani colleghi, e già sta avvenendo. E dopo la pensione l’Africa diventerà come la cena del rugby: tornerò a trovare i colleghi che mi chiamano l’africano albino».
Ha le valigie già pronte per un altro Paese?
«A marzo andrò in Mozambico per avviare un gemellaggio fra l’Izs e il loro laboratorio centrale. Finora ho girato 16 Paesi africani più Kazakistan e Iran».
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