Teatro romano, l’area è libera: strada spianata verso il recupero

Demoliti in tre mesi palazzo Adamoli e casa Salvoni, via libera per i sondaggi della Soprintendenza D’Alberto: «Completata la fase più complessa dell’intervento». Fondi sufficienti per l’appalto unico
TERAMO . Il colpo d’occhio lascia già immaginare quello che sarà il nuovo scorcio del centro storico con il teatro romano recuperato. La demolizione del moncone di palazzo Adamoli e di casa Salvoni, ormai alle battute conclusive, rende concreta la prospettiva di un intervento-simbolo per il futuro della città. A tre mesi dal primo colpo di piccone, vibrato dal sindaco Gianguido D’Alberto nella cerimonia prenatalizia che ha segnato l’apertura del cantiere, si può considerare così superato il principale ostacolo verso la riqualificazione dell’area che ospita e ancora in parte nasconde la struttura di epoca imperiale.
LE TAPPE DELL’INTERVENTO
I due edifici abbattuti coprivano con le loro fondamenta una parte del monumento che, a lavori ultimati, tornerà a ospitare spettacoli per 600 spettatori. Il Comune, dopo un percorso ventennale costellato di inadempienze e ritardi, li ha acquisti a fine agosto 2020, mettendo un punto fermo per il recupero. «È stato il passaggio più complesso», ricorda proprio D’Alberto, «perché propedeutico a tutto il resto e reso possibile anche grazie alla sensibilità dei proprietari dei due palazzi che hanno condiviso la portata storica dell’intervento». Da quel momento è passato un anno mezzo, «con la difficoltà ulteriore della pandemia», e di entrambi gli immobili non è rimasto più nulla. «La demolizione», ribadisce D’Alberto, «era condizione essenziale per tutto il resto del percorso di cui ci siamo riappropriati, diventando padroni del destino di quell’opera».
I PROSSIMI PASSI
La parte più difficile dell’opera, dunque, è stata fatta. Da qui al pieno riutilizzo di quello spazio, così come prefigurato nel progetto elaborato dallo staff che fa capo all’architetto palermitano Girolamo Bellomo, c’è ancora molto da fare. A compiere il passo successivo sarà la soprintendenza archeologica regionale che esaminerà l’area finora tenuta nascosta dai due edifici, avviando anche sondaggi nel sottosuolo. «Il rapporto è strettamente collaborativo anche su questo versante», tiene a sottolineare il primo cittadino, «nella piena consapevolezza di quanto l’intervento sia fondamentale per la città». Poi si aprirà la fase dell’appalto che porterà al «recupero funzionale» dello spazio appena liberato e che cambierà definitivamente il profilo del cuore della città. «Già ora l’impatto visivo è diverso», fa notare il sindaco, «con una nuova apertura di quella parte del centro verso il duomo e il cuore della città».
la strategia rivista
Rispetto alla procedura indicata nel periodo in cui il recupero è stato concepito e pianificato c’è una modifica sostanziale. «Non procederemo più per stralci», evidenzia D’Alberto, «ma con un appalto unico». Questa soluzione, che renderà più celere la fase esecutiva, è stata permessa dall’integrazione dei fondi assegnati al progetto. Ai quattro milioni di partenza, messi a disposizione da Fondazione Tercas, Regione e ministero della Cultura, se ne sono aggiunti altri 7,7 stanziati tramite il Cis, il Contratto istituzionale di sviluppo attivato dal ministero per il Sud. «Insieme al commissario per la ricostruzione post-sisma Giovanni Legnini abbiamo prospettato qui a Teramo l’attivazione di questo strumento», evidenzia D’Alberto, «ma altrettanto deciso è stato l’apporto degli altri enti, in particolare della fondazione, che hanno garantito il contributo anche quando l’intervento sembrava diventato un’utopia».
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