Tre giorni di lavoro e 200 km in auto per guadagnare 68 euro: storia di lavoro in provincia di Teramo

Giornalista disoccupata racconta: "Ditta di distribuzione mi dava un euro per ogni azienda visitata. Alla fine me ne ha negati quattro per i contratti stipulati inventandosi che erano stati disdetti"
TERAMO. Compito: andare in giro per bar, ristoranti e alberghi di diverse località con la propria automobile. Obiettivo: consegnare dei cataloghi e cercare di far firmare dei contratti per la fornitura di prodotti. Compenso: un euro ad azienda visitata, quattro euro in caso di contratto firmato. Risultato: tre “spedizioni” con venti ore complessive di lavoro e oltre 200 chilometri percorsi per un guadagno finale di 68 euro. Poi l’inevitabile rinuncia e la beffa finale: quattro euro negati con una scusa meschina.
La protagonista della vicenda è una giornalista disoccupata sui cinquant’anni. Laureata e madre, in passato ha svolto lavori non solo giornalistici ma anche amministrativi. Concluso il contratto a termine che bene o male le dava modo di andare avanti, mesi fa si è trovata in difficoltà e si è rivolta a un imprenditore che conosceva da tempo, titolare di un’azienda che distribuisce prodotti a pubblici esercizi, ristoranti e alberghi.
Anna (il nome è di fantasia) racconta al Centro: «Vado da lui chiedendogli un lavoro, lui mi dice che mi avrebbe fatto sapere. Poi mi chiama dicendomi che intendeva utilizzarmi per una sorta di mappatura del territorio: avrei dovuto consegnare dei cataloghi della ditta a tutte le aziende che somministrano alimenti. Le condizioni, pattuite solo verbalmente, erano: un euro ogni azienda visitata, ma con un ulteriore specifica: 33 centesimi per la e-mail dell’azienda in questione, 33 per il telefono cellulare, 33 per il telefono fisso. Ovvero, se mancava qualcuno di questi dati avrei avuto meno di un euro. Ovviamente è inutile aggiungere che ho trovato aziende senza e-mail e soprattutto senza telefono fisso. Se poi avessi stipulato dei contratti promozionali, e allo scopo avevo un foglio a sè stante con un elenco di prodotti, avrei percepito quattro euro a contratto».
Anna non nasconde di aver avuto subito delle perplessità, ma ha deciso comunque di provarci. «Sono uscita tre volte», continua, «e mi sono resa conto che questo lavoro non poteva essere remunerativo. Il primo giorno ho fatto 17 aziende in sei ore, non è così veloce parlare con i titolari delle attività. Non stanno certo lì ad aspettare te e magari in quel momento non ci sono. Poi c'era anche un’oretta di lavoro al computer per inserire i dati e inviarli alla ditta. Dopo tre uscite in un mese (una ventina di ore complessive di lavoro e più di 200 chilometri fatti con l’auto, non sono stata a contarli ma sono certamente di più) chiamo l’imprenditore e rinuncio. Quando gli riconsegno i cataloghi, lui mi consegna i soldi. “Hai visitato 45 aziende”, mi dice, “ma siccome i dati erano incompleti te ne decurtiamo sette, quindi 38 euro”. Aggiunti dieci euro di rimborso benzina per ogni giorno di uscita, il totale fa 68. Io me li prendo e vado via. Poi ci rifletto e dico: ho fatto due contratti, mi spettavano altri otto euro. Glielo faccio notare, lui mi risponde: “Quelle due aziende hanno disdetto l'ordine che avevano fatto con te”. Io le chiamo il giorno dopo, entrambe mi confermano che l'ordine non era mai stato disdetto ed era in vigore. Allora lo richiamo e gli chiedo perché mi ha ingannato in questo modo per quattro soldi. Risposta: “Quelle condizioni erano valide se avessi portato a compimento il progetto”. Ovviamente, l’accordo tra noi era tutto verbale. Alla fine lui mi dice: “Per fare questo lavoro ci vogliono le palle, non mi rompere più i c...”. E io gli rispondo: “E tu non sfruttare più le persone!”, e chiudo. Ah, dimenticavo: per giustificare quel compenso mi ha detto che per assegnare a me l’incarico ha dovuto rifiutare la richiesta di “tanti altri in lista d’attesa”».
Chissà, magari almeno questo è vero: nella provincia teramana oggi ci sono persone disposte a farsi schiavizzare in questo modo. Senza contratto, senza tutele, per pochi euro. Perché o questo, o niente. Il racconto di Anna è un urlo che squarcia il silenzio. Il silenzio dei nuovi schiavi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

