Un carico di aiuti in Iraq per le schiave dell’Isis e i figli nati dalle violenze

Nella tendopoli che li accoglie sono arrivati abiti, medicine, giocattoli e arredi scolastici donati dal Comune di Isola del Gran Sasso
ISOLA DEL GRAN SASSO. Si fanno strada tra l’immondizia che ricopre la tendopoli nel Nord dell’Iraq che accoglie chi ha perso tutto nella guerra. Si fanno avanti per curiosità, ma anche per arrivare primi ad ammirare quel grosso camion arrivato da Isola del Gran Sasso, che per loro rappresenta una speranza per tornare a vivere. Sono le donne e i bambini vittime dell’Isis e quel container è frutto della generosità dei residenti dell'entroterra teramano – che hanno inviato abiti, cancelleria, medicine, dispositivi sanitari, giocattoli – e del Comune di Isola, che ha inviato 200 sedie, 200 banchi, cattedre, lavagne e armadietti della scuola media demolita perché inagibile a causa del sisma, oggi sostituita dal nuovo polo scolastico.
Il progetto “Figli della pace” è stato promosso dal centro migranti “Salam” di Isola con la Ong partner “Fondazione bambini orfani iracheni” che è di stanza in Iraq e con la collaborazione dell’amministrazione della Valle Siciliana che ha messo a disposizione anche dei locali come deposito per la raccolta di solidarietà. L’obiettivo è quello di cercare di restituire normalità e soprattutto dignità alle vittime dei miliziani. Il mobilio verrà impiegato nell’allestimento di venti aule in piccole scuole realizzate con il finanziamento della Regione Puglia, dove i bambini potranno tornare a studiare, insieme a una struttura di accoglienza dove le mamme troveranno riparo per potersi curare e ritrovare loro stesse. O almeno provarci dopo anni di prigionia sotto i miliziani jihadisti che le hanno rapite, torturate, vendute, drogate, stuprate dinanzi alle proprie figlie, che a loro volta sono state violentate, mentre i propri figli maschi venivano portati nei campi di addestramento e “istruiti” a uccidere. Molte hanno preferito suicidarsi; chi ha fatto ritorno ha portato con sé bambini nati dagli stupri.
«Queste donne, molte appena adolescenti, si definiscono “morte che camminano”», racconta la responsabile di Salam Simona Fernandez, che è stata in Iraq, «negli attacchi dei terroristi soprattutto alla comunità curda degli yazidi i loro mariti sono stati uccisi o sono dispersi; le donne con i figli sono state rapite e portate nella roccaforte di Mosul per essere ammassate come bestie, violentate, fatte sfilare nude, scelte per essere vendute. Si può solo immaginare cosa possa significare per una mamma e una figlia essere abusate l’una davanti all’altra e sentire nel proprio corpo crescere una vita innocente frutto di quella brutalità». Tutto ciò ha generato danni fisici, psicologici e vite distrutte: le madri e i figli incolpevoli dell’Isis si ritrovano spesso soli, non riaccettati dalle comunità di appartenenza e in molti casi separati. «I tragici ricordi e i dolori della detenzione le tormentano, ma trovano forza negli occhi dei bambini, perché per una mamma un figlio non è mai qualcosa di sbagliato, anche se nato dalla spietatezza umana», prosegue Fernandez, «solo che avere un figlio contro la propria volontà da uno jihadista diventa un limite per la donna e per il figlio stesso che non trovano più un posto nella società».
Il primo problema è legato all'identità: molte di esse non hanno più i documenti, i figli non hanno un padre e un cognome maschile, quindi non sono registrati. «Chi è nato dalle violenze parla lingue differenti, ha tratti somatici diversi e non si riconosce con chi gli è vicino», spiega ancora Simona, «senza contare che viene lasciato fuori dal sistema scolastico e non ha accesso ai diritti di base. Le nostre scuole accoglieranno questi bambini e organizzeremo dei corsi di artigianato per le mamme. Con loro è necessario ricostruire tutto da zero, riabituarli al contatto umano, alla fiducia verso l’altro, ridare loro speranza dopo una vita rubata e un’infanzia spezzata. È un’opera lunga e difficile, ma è nostro dovere prenderli per mano e ricercare quella flebile fiamma d’innocenza, farla ripartire insieme alla speranza, la curiosità, la voglia di vivere in una ricostruzione interiore di una generazione che possa gettare le basi per un nuovo Paese dove regnino sorrisi e non più urla e pianti».
Il progetto, attraverso le donazioni, ha creato un ponte di solidarietà tra il Teramano e l’Iraq. «Un ringraziamento speciale», conclude Simona Fernandez, «è per il sindaco di Isola Andrea Ianni e la sua amministrazione e a tutte le mamme e i bambini del nostro territorio che si sono privati di una propria cosa per donarla a chi è meno fortunato: un’unione dei popoli segno che c’è ancora tanto di buono nell’umanità. Ed è da qui che dobbiamo ripartire e non dalle guerre».
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