Una vita in politica tra le operaie e “Bella ciao” cantata ai nipoti

L’ex consigliera comunale e regionale del Pci e Pd, Maria Pia Di Nicola, ricorda le lotte della Monti «Tante conquiste per quello che oggi si chiama welfare, dopo tanti anni ci commuoviamo ancora»
ROSETO. Disegna ricordi nell’anima: dalle lotte con le operaie della Monti alle note di “Bella Ciao” intonate come ninna nannaper i due adorati nipoti. Perché ci sono gesti che per sempre racconteranno chi siamo. Maria Pia Di Nicola, una vita nel Pci (prima) e nel Pd (poi), dal 1974 al 1985 è stata consigliere comunale e assessore a Roseto, dal 1986 al 1990 consigliere regionale, dal 2001 al 2011 segretaria regionale dello Spi-Cgil. Racconta di aver attraversato la vita tra cronaca e storia, passando da quel ‘68 che l’ha vista studentessa universitaria ad Urbino agli anni dell’impegno politico. «Ancora oggi quando incontro le ex operaie della Monti insieme ci commuoviamo pensando al passato perché la costruzione dei diritti è sempre progressiva e in quegli anni di conquiste ne sono state fatte tante, nel piccolo come nel grande» ti dice ora che di anni ne ha 75 e che i frammenti di vita riaffiorano (spesso anche in alcuni libri di cui è autrice) con un sguardo nonostante tutto ottimista sul futuro. Perché in un mondo che tutto centrifuga e troppo anestetizza lei asciuga ogni retorica. «La vita vera è l’unico antidoto all’assuefazione» ripete mentre i ricordi la riportano agli anni delle battaglie sindacali della Monti, la storica azienda tessile.
Partiamo proprio dalle lotte degli operai del gruppo tessile Monti. Duemila occupati di cui 1400 donne: a distanza di tanti anni si può parlare più di vittorie o di sconfitte?
«Senza dubbio vittorie perché in quegli anni si cominciarono a definire i contorni di quello che poi sarebbe diventato il welfare aziendale. Soprattutto per le donne. Uno dei ricordi che mi resteranno tatuati addosso resterà legato a un’immagine che vidi quando giovanissima militante andai a casa di alcune donne che lavoravano a cottimo a Colleranesco. Entrai in una casa e vidi una giovanissima donna curva su una pila di tomaie per le scarpe, vicino a lei i due figli che giocavano e nella stessa stanza la pentola del sugo sul fuoco. Mi si chiuse il cuore e ancora di più quando parlando con lei mi resi conto di come pensasse a una situazione normale. Giurai a me stessa di impegnarmi per fare qualcosa e soprattutto che la politica facesse qualcosa. In parte ci siamo riusciti, in parte no. Ma sicuramente le conquiste sono state tante e oggi tutto sembra scontato ma niente lo è. A Roseto le operaie della Monti ricordano sempre che con lo stipendio hanno contribuito a pagare i mutui delle case, a far studiare i figli all’università, a sentirsi parte integrante del mondo del lavoro. Certo in quella vicenda molte cose, rilette alla luce di oggi, sono state sbagliate. Una su tutte sicuramente i tempi lunghi della cassa integrazione che, tanto è vero, dopo l’esperienza della Monti venne rivista proprio nei tempi di utilizzo».
In un libro, una sorta di diario personale chiamato “Binario 21” lei ha raccontato gli anni dell’università ad Urbino dove si è laureata in pedagogia e il suo ‘68. Che cosa ha significato per il futuro?
«È stato sicuramente un anno spartiacque per la mia vita. Dopo una lezione facemmo una grande assemblea nell’aula magno di magistero insieme ai ragazzi di altre facoltà. Da quel momento Urbino ha cambiato il mio modo di concepire la condizione degli studenti, soprattutto nel momento in cui abbiamo rivendicato una nuova consapevolezza per il diritto allo studio. In quei mesi ho iniziato a vedere il mondo da un’altra prospettiva diversa e sicuramente più aperta all’esterno. È stata quella che mi ha guidato successivamente sia nell’impegno politico che in quello sindacale: un atteggiamento di apertura alle novità e mai di chiusura. Poi il ritorno in Abruzzo, l’impegno politico nel partito e i grandi insegnamenti di tanti nomi, a cominciare da quelli di Giuliana Valente».
Per dieci anni è stata consigliere comunale e assessore a Roseto. C’è qualcosa che avrebbe potuto fare e non ha fatto?
«Nella vita si può sempre fare di più e di meglio. A Roseto però in quegli anni abbiamo creato quell’attenzione al sociale che negli anni si è rivelata scelta vincente. Sono nati gli asili nido, le scuole materne, sono state abolite le pluriclasse, è arrivato lo scuolabus nelle frazioni più lontane. Ma c’è una cosa di cui vado veramente orgogliosa: la creazione del consultorio femminile familiare a spese del Comune. Perché era una scelta ben precisa quella di dirottare i soldi per il sociale che è proseguita anche negli anni successivi diventando una tradizione consolidata per questa cittadina».
L’impegno politico, istituzionale, l’insegnamento, la famiglia. Che nonna è?
«Una nonna innamorata dei miei due nipoti come lo sono tutte le nonne. Quando erano piccoli cantavo loro Bella Ciao come ninna nanna e oggi che sono grandi mi dicono: «Le parole le sappiamo a memoria».
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