Usura, la Cassazione conferma la scarcerazione dei coniugi

11 Maggio 2019

La Suprema Corte respinge il ricorso della Procura, restano in libertà Daniel e Cristina Di Rocco A febbraio il tribunale del Riesame aveva annullato i due arresti. L’avvocato: mancano i gravi indizi

GIULIANOVA. Per conoscere le motivazioni bisognerà attendere trenta giorni. Per ora c’è il dispositivo della Cassazione che rigetta il ricorso della Procura e conferma il provvedimento con cui a febbraio i giudici aquilani del Riesame hanno annullato l’ordinanza di custodia cautelare e rimesso in libertà i coniugi Daniel e Cristina Di Rocco di Giulianova (entrambi assistiti dall’avvocato Vincenzo Di Nanna).
Il caso è quello di un presunto giro di usura ai danni di un imprenditore edile che a metà gennaio ha portato all’arresto di cinque persone per usura, estorsione e intestazione fittizia di un immobile tra Giulianova, Mosciano e Morro d’Oro. Secondo la Procura i cinque avrebbero messo in piedi un modus operandi nuovo sul fronte dell’usura: perché questa volta la restituzione dei soldi con interessi che sfioravano il 500% avveniva attraverso assunzioni fittizie degli usurai e dei loro familiari con buste paga apparentemente regolari per occultare il reato dell’usura. Nel ricorso al tribunale del Riesame Di Nanna aveva chiesto «la nullità dell’ordinanza impugnata per difetto di gravi indizi di colpevolezza» definendo «illogico e contradditorio» il capo d’imputazione.
Secondo il legale, così aveva scritto nel ricorso, «il capo d’imputazione è stato formulato tramite una sorta di collage, scegliendo la deposizione (de relato), più sfavorevole agli indagati e, ignorando, quella diretta di chi narrava con dichiarata certezza fatti accertati direttamente per aver contato i soldi del prestito restituito senza interessi». Così aveva precisato a questo proposito: «Il contrasto tra le due deposizioni rende impossibile sostenere la sussistenza degli ipotizzati gravi indizi di colpevolezza in relazione all’accusa di usura, reato ipotizzato nell’assordante silenzio della persona offesa, ammesso (per assurdo) sia possibile solo immaginare che, nel corso di una così articolata e complessa indagine, gli inquirenti non abbiano almeno provato a sentirla». La Procura, con ricorso datato il 22 marzo, aveva impugnato in Cassazione l’ordinanza di scarcerazione del Riesame. Nell’udienza tenutasi giovedì davanti alla Suprema Corte il procuratore generale ha concluso per l’accoglimento del ricorso presentato dal pm della Procura teramana (titolare del fascicolo Enrica Medori) mentre l’avvocato Di Nanna ha concluso per l’inammissibilità o il rigetto del ricorso «posto che le censure sollevate dal ricorrente si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze e degli elementi indiziari già compiutamente esaminati dal Riesame». La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della Procura.(d.p.)
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