«Ai fondi di investimento piace il food abruzzese»

19 Giugno 2015

Parla l’avvocato pescarese Enrico Tarchi, socio dello studio Carnelutti «È un momento buono per l’Italia e l’Abruzzo può risultare interessante»

PESCARA. L’Abruzzo è pieno di piccole e medie aziende guidate da imprenditori attenti al prodotto e meno interessati al versante finanziario della loro attività. La banca resta il punto di riferimento. Meno diffusi sono strumenti alternativi come i fondi d’investimento. Eppure dice l’avvocato Enrico Tarchi, pescarese di origine, da anni socio dello Studio Carnelutti di Milano, specializzato in private equity e consulenza a fondi di investimento, in Abruzzo ci sono aziende nelle quali un fondo potrebbe trovare molti motivi per investire i propri soldi.

Tra le ultime operazioni seguite da Tarchi c’è la cessione dell’80% di Teuco (arredo bagno) da parte della Fimag, finanziaria della famiglia Guzzini, alla tedesca Certina Holding Ag. «Teuco era in difficoltà da qualche anno in seguito alla crisi legata prevalentemente alla debolezza del mercato italiano», spiega Tarchi. «Il fondo tedesco, oltre a rilevare l’80% delle quote della società ha portato risorse finanziarie per un nuovo piano industriale di rilancio, oltre a capacità manageriali e direi relazioni internazionali».

Avvocato Tarchi, questo è uno dei modi in cui un fondo può investire in un’azienda. Ma non è l’unico.

«Ci sono fondi di vario tipo a seconda delle situazioni. Quella di Teuco era difficile, ma in genere i fondi prediligono le aziende che vanno bene. Ognuno poi ha le sue regole. Ci sono fondi che intervengono solo se possono assicurarsi la maggioranza della società. Altri si muovono anche senza prendere controllo dell’azienda».

Un’altra distinzione è il peso dell’investimento.

«Ci sono grandi fondi che si muovono per un investimento minimo di 200 milioni. C’è un segmento medio che fa investimenti tra i 20 e i 50 milioni. Sotto i 20 milioni parliamo di fondi piccolini. Per esempio molte operazioni del Fondo italiano d’investimento sono su questi valori con un minimo di 10 milioni. Sotto questa soglia ci sono altre strutture, i cosiddetti “family office”, alcuni tra l’altro molto importanti. Se però l’azienda non ha le dimensioni per un fondo si può intervenire con formule alternative. Noi utilizziamo per esempio il prestito obbligazionario convertibile».

I fondi agiscono tutti alla stessa maniera?

«L’operazione finanziaria è la stessa. Entrano nell’azienda in aumento di capitale oppure comprando quote aziendali...»

Ma restano per un periodo limitato...

«L'obiettivo medio dei fondi è di una uscita in 5/7 anni, un arco di tempo in cui loro tendono a duplicare o triplicare il capitale investito».

In che modo?

«Si può quotare la società o, in seconda istanza, venderla a terzi o a un altro fondo o a un gruppo industriale».

Qual è il vantaggio per l’imprenditore?

«Se l’azienda è sana si accelera il processo di crescita, entrano competenze importanti, nuove idee, relazioni internazionali».

E quali i rischi?

«C’è rischio se l’azienda è in crisi. Lì bisogna essere bravi, fare un buon piano industriale di rilancio. Se le aziende vanno bene di solito queste operazioni hanno successo, e spesso con l’uscita del fondo viene data la possibilità all’imprenditore di ricomprare le azioni che per un periodo ha ceduto al fondo».

E se l’imprenditore non accetta o non può?

«Dipende dai patti parasociali sottoscritti al momento dell’entrata del fondo. A volte il fondo vende ad altri le sue quote e spesso si garantisce il diritto ad obbligare l’altro socio a vendere la sua partecipazione».

Come fa un imprenditore a scegliere il fondo giusto per la propria azienda?

«Ci sono banche che hanno rapporti con i fondi. Oppure ci si può rivolgere a uno studio legale come il nostro. Noi a seconda del tipo di azienda sappiamo già individuare quali fondi sono più adatti».

L’Italia è un buon posto dove investire?

«In questo momento l’Italia piace molto. Per qualche anno siamo stati degli osservati speciali. Tutti si chiedevano: che fine farà l’Italia? Alla fine questa “due diligence” è risultata positiva: l’Italia non è un paese a rischio e i prezzi per acquistare aziende sono bassi».

Come si valuta il valore di un’azienda?

«Ci sono paramenti di uso comune. La formula più facile è il moltiplicatore dell'Ebitda, il margine operativo lordo: in genere quanto più l’azienda è vicina al settore lusso, tanto più il moltiplicatore è alto».

Quali sono i settori in cui investire in Abruzzo?

«Direi il food in genere (forse il vino è più difficile per via dei bassi volumi). Interessante è il retail, penso a marchi della grande distribuzione. In generale tutte le aziende con prodotti di eccellenza che hanno grosso potenziale di sviluppo internazionale ma non hanno risorse sufficienti. Ci sono anche fondi immobiliari che possono essere interessati a investire per esempio acquistando hotel. In Abruzzo c’è poco da questo punto di vista, ma si sa che ci sono molti centri commerciali».

Acquisterebbero le strutture per poi affittarle?

«Certo: i muri. Sono investimenti che possono garantire un 7-8% di rendimento».

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