«Chi sta in carcere merita una seconda chance, diamogliela»

13 Maggio 2016

La sottosegretaria Chiavaroli: innamorata di questo mondo dietro le sbarre c’è tanta umanità, devono poter lavorare

PESCARA. Folgorata sulla via del governo: da 100 giorni sottosegretario alla Giustizia, Federica Chiavaroli si è innamorata di un mondo che di solito i politici frequentano poco, il carcere. Lei che in prigione era stata solo anni fa per una visita a "Zazzetta", un pittoresco personaggio pescarese che aveva conosciuto quando faceva la consigliere comunale nella sua città. Adesso questo incarico al ministero di via Arenula, con una delega (personale e formazione in carcere) che l'ha portata a scoprire un pianeta sconosciuto.

Da dove partiamo?

«Dal carcere dei Chieti, il primo che ho visitato e dove ho capito che quel mondo era il mio. Vede, prima di fare politica, io lavoravo nella scuola privata di famiglia, la Mecenate: si sa che le “private” in Italia sono chiamate a dare una seconda opportunità a ragazzi che hanno avuto insuccessi scolastici. Poi c'è chi si rimette a camminare, chi a correre. Certo, un infortunio che ti porta in carcere non è paragonabile a una bocciatura a scuola, ma questa idea di dare una seconda chance a chi ha sbagliato ce l'ho nel Dna. Ed è nell'interesse di tutti noi: ora chi esce ha una recidiva del 60-70%, trovare una strada diversa dal crimine per queste persone significa abbattere il numero dei reati e aumentare la nostra sicurezza».

Dopo Chieti?

«Sono stata a Vasto, nella Casa Lavoro che ospita persone che hanno già scontato la loro pena, ma sono ritenute socialmente pericolose. Dovrebbero lavorare, nell'attesa, ma il lavoro non c'è. Uno strazio».

Ma chi si fida a dare un lavoro a un ex carcerato?

«Gli esempi non mancano: a Lanciano, per esempio, la direttrice Lucia Avvantaggiato ha convinto un bravo imprenditore dolciario della zona, Valerio D'Orsogna, a formare in carcere quattro detenuti che ora lavorano regolarmente pagati, in un laboratorio che prepara le mandorle per i gelati. Una volta usciti, verranno assunti. Ma sa qual è il problema?»

Ce lo spieghi.

«Il carcere è un mondo troppo poco conosciuto. Certo, se ne occupa il volontariato, che fa miracoli. Ma anche lì ci sono dei problemi: a Sulmona, per esempio, la crisi inaridisce anche il tessuto esterno, impoverendo anche un tessuto fatto di persone magnifiche che si impegnano per i detenuti».

Non teme che le rimproverino di impegnarsi per chi sta dentro e non per chi sta fuori e non ha mai sgarrato?

«Se è per questo me l'hanno già detto, su Facebook mi hanno scritto “vergogna”. Potrei rispondere che questo è il mio ruolo istituzionale, ma non mi vergogno affatto, anzi. Bisogna vincere la diffidenza delle persone e puntare sull'esecuzione esterna della pena. Ma anche all'interno del carcere i detenuti devono poter lavorare, trovare un senso alla loro condizione e prepararsi al dopo: c'è chi fa la pasta, chi produce i mobiletti per le celle. E tenga conto che per le donne il carcere è ancora più duro che per gli uomini».

Per quale motivo?

«Per una madre stare lontano dai figli è ancora più duro che per un padre. Quando sono stata a Chieti, ho incontrato una donna che mi aveva chiesto aiuto. Poi sono andata a Teramo e l'ho ritrovata, era stata trasferita per stare vicino al marito: ci siamo salutate, abbracciate. E proprio a Teramo il direttore ha allestito dei locali per le detenute-madri, che possono incontrare i figli in mabienti più umani: una bellissima cosa, che dimostra che in carcere c'è molta umanità, anche tra le guardie penitenziarie».

A proposito: sta facendo discutere, come ogni anno, il vizietto degli agenti penitenziari di candidarsi alle elezioni nei paesini per avere un mese di permesso retribuito...

«Un conto è impegnarsi per la propria comunità, che è un diritto, un conto è l'abuso che si fa di questo diritto: dovremo occuparcene».

Ma al governo interessa il tema del carcere?

«Tramite il ministro Maria Elena Boschi, siamo riusciti a far venire Matteo Renzi in visita al carcere minorile di Nisida, a Napoli: lì il premier ha incontrato un ragazzo di 17 anni che ha ucciso un uomo. Dopo tre anni, il giovane è riuscito a incontrare la vedova e a chiederle scusa. Lei gli ha detto: se tu sarai recuperato, la morte di mio marito non sarà stata vana. E lui a Renzi: "come faccio adesso a non mettere la testa a posto?"».(m.ted.)

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