Falchi: sbagliata la legge regionale sui Cammini

TERAMO. La legge regionale per la tutela e la valorizzazione dei cammini abruzzesi, approvata di recente dal consiglio regionale, non impegna nel bilancio nemmeno un euro per la segnalazione, la...
TERAMO. La legge regionale per la tutela e la valorizzazione dei cammini abruzzesi, approvata di recente dal consiglio regionale, non impegna nel bilancio nemmeno un euro per la segnalazione, la manutenzione e la gestione dei cammini, inoltre, il comitato tecnico, che ha il compito di assegnare o meno la patente di “cammino regionale”, «è composto da rappresentanti di organismi che nulla hanno a che fare con il mondo culturale e tecnico della viandanza, tranne forse il Club Alpino Italiano, anche se con specificità diverse». A segnalare queste ed altre incongruenze è Attilio Falchi, professore a contratto nel Corso di Laurea in Scienze del Turismo Culturale dell’Università di Teramo e presidente dell’unica associazione abruzzese di camminatori sulle medie e lunghe percorrenze denominata “Walkers”, che ha al suo attivo migliaia di chilometri di viandanza e ha maturato grande esperienza pratica e di studio nel settore. «Le indicazioni del Mibact e della legge regionale abruzzese», dice Attilio Falchi, «prevedono il possesso di requisiti che, se applicati anche ai più famosi Cammini del mondo, priverebbero buona parte di essi del riconoscimento ufficiale. In pratica i diversi cammini per Santiago di Compostela, secondo questa legge, non potrebbero essere definiti tali per mancanza di requisiti, nonostante la loro secolare esistenza». Il presidente dei Walkers mette in evidenza che in Abruzzo le campagne sono state urbanizzate da decenni e l’esistenza di contrade e di case sparse negli angoli più remoti del territorio, confligge con il limite di strade asfaltate posto a livello nazionale e regionale affinché un “cammino” possa ottenere il riconoscimento. «Ciò implicherebbe lo spostamento dei percorsi verso le zone appenniniche e montane, già ricche di sentieri e parchi e comunque fuori da un itinerario storico o religioso che ha permesso, nel tempo, la fondazione di chiese, santuari, monumenti e quindi insediamenti urbani», dice Falchi, «deviare da questi tracciati con l’unico intento di seguire i sentieri in terra battuta verso le aree interne, significa portare i camminatori fuori rotta anche rispetto al senso stesso del pellegrinaggio e in zone prive di strutture di supporto. Considerato che anche la preventiva esistenza di queste strutture è stata posta come condizione vincolante per il riconoscimento di un “cammino”», si chiede Falchi, «chi può avere interesse ad investire capitali in zone completamente fuori mano, senza un tessuto economico e fuori da ogni attuale interesse turistico-economico?» Falchi si augura che si torni presto a considerare aspetti che sono sfuggiti a livello nazionale e locale per migliorare questi provvedimenti ed evitare che si sprechi l’ennesima occasione. «Tutto il mondo dei “cammini” italiani ne trarrebbe giovamento e sarebbe pronto a collaborare».
Mirella Lelli
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