I pellegrini del vino a Loreto Aprutino per lo sfuso di Valentini

Prezzi abbattuti rispetto alla bottiglia, ma la qualità rimane di alto livello
LORETO APRUTINO
Quando all’ingresso della cantina viene appeso un ramo di lauro, Loreto Aprutino sa che è arrivato quel periodo dell’anno. È il segnale, antico, che inaugura il via vai di “fedeli” del vino che per due settimane anima lo storico borgo medievale. Un rito estivo che si ripete da generazioni e che raccoglie visitatori da tutta Italia. Pellegrini dall’accento piemontese, veneto, lombardo che inseguono tutti la stessa meta: arrivare al vino sfuso di Valentini, una delle cantine più pregiate d’Abruzzo. Il prodotto è di altissima qualità, leggermente inferiore a quello «dalle caratteristiche esasperate» che si trova in bottiglia ma, a fronte di queste piccole differenze, ha un costo enormemente inferiore a quello di mercato, spiega Francesco Paolo Valentini, sacerdote di questa funzione alcolica che lega indissolubilmente la sua famiglia a Loreto Aprutino.
«È una tradizione che si tramanda da tanto tempo. Tra i miei ricordi di bambino c’è la fila di persone all’ingresso della cantina, e mio nonno che li accoglie», ci dice Valentini. Oggi, a 65 anni, è lui a occuparsi dell’accoglienza. Un passaggio generazionale che non riguarda solo il lato dell’offerta, ma anche quello della domanda. «Molti dei nostri clienti sono i figli o i nipoti di chi veniva da noi mezzo secolo fa. Quasi tutti sono privati, pochi i ristoratori. Non so se sia fedeltà o rassegnazione», dice con ironia il vignaiolo, «ma sono legami stretti e coltivati nel tempo».
Proprio il tempo sembra essere la vera cifra di questo racconto enologico. Oltre alla continuità storica del rapporto con la cantina, bisogna prenotarsi mesi prima per tentare di avere un posto al sole tra i clienti storici più fortunati. «La nostra produzione è limitata e la richiesta è alta: non riusciamo ad accontentare tutti», ammette Valentini. Ma il tempo insiste anche su questo vino «anomalo» che viaggia in damigiana. «È un prodotto che, anche se non arriva alla vendita in bottiglia, conserva notevoli capacità di invecchiamento», racconta ancora. «È difficile che chi prende il vino quest’anno lo consumi immediatamente: non esprimerebbe tutto il suo potenziale. Di solito il nostro cliente compra bottiglie, imbottigliatrice e tappi, mette la sua etichetta e rende il vino “suo”». È un rito nel rito, che richiede tempo e pazienza, ma che svela anche un altro aspetto della cantina, la sua filosofia. «È un possesso che non è legato al mero acquisto. Imbottigliare, attendere l’anno giusto: c’è un piacere nell’attesa che non si trova nella logica commerciale di oggi, dell’usa e getta, dell’acquisto immediato. Chi compra il nostro sfuso condivide questo pensiero e così partecipa alla sua creazione, perché è nella bottiglia che il vino prende vita, che si manifesta nella sua essenza».
Una bottiglia di Trebbiano di Valentini costa circa 70 euro, l’equivalente in sfuso non supera i 7 euro al litro. Possibile che uno scarto così ampio sia comunque in grado di garantire un vino di altissima qualità? «La nostra è una produzione artigianale, in cui cerchiamo delle caratteristiche chimiche e organolettiche precise. Lo facciamo in maniera quasi esasperata: il vino che possiede tutte le qualità richieste va in bottiglia, quello che invece ha anche una piccola differenza va allo sfuso». Stessa produzione e un distinguo che arriva solo a valle del processo. «Durante la produzione non sappiamo mai quale vino andrà in bottiglie e quale no, perché il vino per noi è materia viva. E la materia viva è per sua natura imprevedibile», è la spiegazione del vignaiolo.
I fedeli del culto dello sfuso Valentini provengono da tutta Italia. C’è anche chi è arrivato in elicottero soltanto per poter avere la sua damigiana. Cosa chiedono? «Il Trebbiano, che è il nostro prodotto di punta, ma anche Montepulciano e il Cerasuolo, un rosato atipico che incuriosisce molto». Sono tutti vigneti autoctoni che parlano dell’Abruzzo e della unicità dei suoi prodotti. «Abbiamo clienti che vengono da Piemonte, Lombardia, Veneto. Tutte regioni che hanno vini eccezionali, ma non hanno prodotti artigianali come i nostri. Non perché siano necessariamente migliori, ma perché non sono riproducibili altrove. La ricchezza dell’Italia è proprio nella sua biodiversità, pur in uno spazio relativamente ristretto». Ed è un’identità che va protetta. «Sono contrario ai vigneti internazionali. Ciò che rende unico un prodotto è la sua tipicità. Se io faccio un vino buono, ma riproducibile, e quindi subisco la concorrenza di altri, allora rischio di perdere me stesso», avvisa Valentini. Tempo, spazio, territorio: le tre dimensioni del vino, in damigiana, che sfida le logiche del mercato.
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