Il professor De Massis: «L’Abruzzo si fa globale, si spinga sulla logistica»

20 Settembre 2026

Il docente alla d’Annunzio di Chieti e all’Imd di Losanna è esperto di family business: «Qui ci sono generazioni di giovani intraprendenti»

LOSANNA. «Quando ho lasciato l’Abruzzo, trent’anni fa, non avrei mai pensato che sarebbe diventato quello che è oggi. I dati ci dicono che attualmente la regione è il motore economico del Mezzogiorno e che, in alcune statistiche, performa addirittura meglio di alcune regioni del Centro-nord. Il prossimo passo è l’internazionalizzazione delle sue imprese. Certo, sulla logistica si può migliorare, ma il Made in Abruzzo è un brand che sta crescendo». Da Atri per il mondo, Alfredo De Massis è uno dei professori più importanti a livello internazionale in materia di “Family business”. Classe 1978, a 18 anni ha lasciato la sua terra e ci è tornato solo qualche anno fa. Oggi insegna all’università d’Annunzio Chieti-Pescara e all’Imd di Losanna (tra le migliori business school del mondo). È il guru dell’imprenditoria a trazione familiare: quando una grande azienda italiana affronta un complicato passaggio generazionale, il Financial Times lo chiama. L’ultima volta è stato con il caso di Leonardo Maria Del Vecchio e Luxottica. Nella sua chiacchierata con il Centro De Massis si racconta, fa il punto sullo stato di salute dell’Abruzzo e sull’innovazione tecnologica che sta per cambiare il mondo: l’IA. La buona notizia: le persone conteranno sempre di più.

Professor De Massis, ha un’azienda di famiglia?

«(Sorride) No, no. Nessuna azienda di famiglia alle spalle».

E come è accaduto che diventasse uno dei maggiori esperti di family business?

«Grazie al lavoro e, soprattutto, a una visione molto globale e a un approccio scientifico ma molto orientato all’impatto sulla pratica»».

Ha studiato all’estero?

«A 18 anni ho lasciato l’Abruzzo e sono andato al Politecnico di Milano, dove ho studiato ingegneria gestionale. Poi ho girato molto. Dottorato in Canada, poi il lavoro in finanza, alla borsa italiana, e successivamente in consulenza. Alla fine ho scelto la carriera accademica: prima a Bergamo come ricercatore e poi in Inghilterra. Oggi, eccoci qui».

Perché diventare docente di family business? Non è così comune.

«L’interesse è nato dall’economia del nostro Paese. Mentre facevo il dottorato le famiglie imprenditoriali italiane vivevano delle grosse difficoltà, c’erano stati anche degli scandali. Poi, una domenica, ho inviato una mail ed è cambiato tutto».

Mi ha incuriosito.

«Decisi di scrivere a Jess Chua, uno dei pionieri della materia che, purtroppo, è venuto a mancare un anno fa. “Voglio venire a lavorare per te”».

E lui?

«Mi scrisse: “Perché?”. Ho risposto cinque minuti dopo: “Voglio imparare da chi considero il più grande e diventare meglio di lui”. Ha apprezzato: due giorni dopo ero in Canada, nell’università in cui insegnava».

Come si studia “family business”?

«Beh, la prima cosa che Chua mi ha detto di fare è stata seguire una serie di corsi della facoltà di Antropologia».

Ah.

«A essere più precisi, ho seguito corsi di criminologia!».

Ci dobbiamo preoccupare?

«(sorride, ndr) Venivo da ingegneria gestionale, avevo un approccio analitico. Per ciò che volevo fare dovevo impegnarmi nelle “qualitative research”, quindi avevo bisogno di integrare le mie conoscenze con qualcos’altro».

Bene. E oggi qual è la sfida più grande per un’azienda a conduzione familiare?

«Sicuramente il passaggio generazionale. Secondo il Censis, un giovane su tre che entra in possesso dell’azienda vuole mantenere la proprietà, ma non ha interesse a gestirla».

Come mai?

«Direi per ragioni psicosociali. I Gen Z e i Millennials sono antropologicamente diversi dalle generazioni precedenti. Nel passaggio di consegne possono intercorrere drammi familiari o altre dinamiche che incidono su di loro».

Delle imprese familiari abruzzesi che ci può dire?

«Anche qui ci sono grandi aziende di famiglia, con le nuove generazioni che mostrano una grande intraprendenza. Questa è una potenzialità della regione ancora in parte inespressa: se a questi giovani con una visione globale diamo la logistica di cui hanno bisogno, l’Abruzzo crescerà ancora».

C’è qualcosa che distingue le famiglie abruzzesi dalle altre?

«Direi che c’è un senso di appartenenza al territorio maggiore che altrove, in parte grazie alla forte tradizione storica di queste aziende».

Professore, ha seguito il dibattito attorno all’IA? Siamo davvero di fronte al pericolo di estinzione della razza umana?

«Parliamo di una tecnologia dirompente e, proprio in quanto tale, inarrestabile nel suo sviluppo. Insomma, come si fa a frenare una tecnologia che potenzialmente porta vantaggi ad alcuni?».

L’IA aumenterà le diseguaglianze?

«Nelle aziende è vero il contrario. Credo che non offrirà alcun vantaggio competitivo, quanto meno duraturo, alle imprese, perché sarà a disposizione di tutti diventando una commodity».

Cosa farà la differenza nel futuro?

«Il “capitale semantico”, cioè l'insieme di valori, relazioni e cultura presenti nelle aziende».

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