Quei segreti di una dinastia, i Pomilio a cuore aperto

Franco e Andrea ospiti all’Imd per il passaggio generazionale in Pomilio Blumm
LOSANNA. «La nostra è una dinastia, ma non un’azienda familiare gestita in modo lineare, generazione dopo generazione. È stata un’impresa basata sul creare qualcosa di nuovo ogni volta che si falliva. Ed essere imprenditore non è qualcosa che si impara allenandosi: il coraggio, un po’ di pazzia – e anche un po’ di fortuna – le devi mettere insieme». Losanna, Svizzera. Un van nero costeggia il lago Lemano, direzione Ginevra. Lo specchio d’acqua è circondato dalle Alpi. Allungando lo sguardo, si intravedono le pendici del Monte Bianco. L’ultima volta che Franco Pomilio, guida dell’agenzia di comunicazione Pomilio Blumm, è stato qui, tanti anni fa, il panorama era identico. Quella volta aveva dovuto fare le veci dello zio Gabriele – campione di pallanuoto – per incontrare il direttore della Federazione internazionale di quella disciplina. Un primo assaggio di passaggio generazionale che non era andato troppo bene, ricorda divertito, perché lui era giovane e il direttore un uomo di esperienza.
Trent’anni dopo, è tornato per parlare della transizione successiva, quella con la primogenita Andrea, direttrice generale della Blumm. Padre e figlia sono di ritorno dall’Imd di Losanna – una delle tre migliori università al mondo in family business – dove hanno appena finito di raccontare passato, presente e futuro della propria famiglia. Non per la curiosità di un pubblico generico. Ad ascoltare la loro storia c’erano famiglie di imprenditori da tutto il mondo: costruttori di ascensori dal Giappone, investitori americani, allevatori di pollo libanesi e importatori israeliani di Made in Italy. Un’assemblea dell’organizzazione delle famiglie unite, alcune con aziende dalla storia antichissima, altre alla prima generazione della dinastia.
Tutte alla ricerca, nel corso del confronto, di uno spunto utile ad affrontare la complicata fase che a un certo punto ognuna di loro è costretta a vivere: la gestione del passaggio di consegne. Nella storia lunga 116 anni dei Pomilio, nati aviatori, cresciuti chimici e distillatori, diventati grandi da sportivi e oggi imprenditori della comunicazione, questi genitori-imprenditori cercavano qualche risposta. L’hanno trovata? «Ho avuto l’impressione che si siano rilassati quando ho spiegato una cosa semplice: guardate che noi siamo falliti quattro volte. Il vero punto ruota attorno alla capacità di rialzarsi. Devo dire, però, che la cosa a cui sembravano più interessati era il cambio di visione culturale tra me e Andrea», racconta Franco. Un cambio che si percepisce già nell’abbigliamento.
Giacca grigia, scarpa bassa e pantaloni neri, Andrea ha lo stile sobrio ed elegante dei britannici, mentre il papà – capelli che cadono sulle spalle, indossa una maglietta oversize e pantaloni larghi – segue il dogma dell’informalità. «Lei ha una visione anglosassone, schematica, che vede molto il bianco e il nero. La mia, invece, è più multiculturale: riconosco le scale di grigio». In un’agenzia di comunicazione come la Pomilio Blumm non servono entrambe? «Sono due metodi, che possono lavorare insieme ma hanno un’applicazione diversa. Io parto dal presupposto che l'intuito è la somma di intelligenza ed esperienza. Per me la logica di crescita e di applicazione delle decisioni è una logica di successive intuizioni».
E Andrea? «È più portata alla schematizzazione dei processi, è in grado di elaborare tutto in maniera più chiara, trasparente e soprattutto costante. Nel nostro lavoro significa evitare i bassi ma anche gli alti, mentre con l’intuito ti becchi dei bassi ma anche dei picchi molto alti quando riesci a raggiungere l’obiettivo. Non è già questo un passaggio generazionale?», chiede Franco alla figlia. Andrea sorride. «All’incontro erano curiosi di sapere cosa mi avesse convinto a rimanere in azienda. Ho risposto che, proprio a causa della mia mentalità nitida, lucida con cui osservo le cose, la prima esperienza qui era stata negativa: non volevo rimanere». Avere due caratteri diversi, in un’azienda familiare, può essere un problema. Andrea allunga lo sguardo sul padre: «Per crescere ho dovuto superare il peso delle aspettative nei miei confronti di chi mi voleva come lui. Ho imparato ad accettare che non siamo la stessa persona».
Va detto che la mela – in fondo – non è caduta così lontana dall’albero. Andrea, due figli di 5 e 11 anni, si è laureata alla Kingston University di Londra in business e scrittura creativa, si è specializzata ad Harvard e poi ha girato il mondo: Dubai, New York, Valencia. Alla fine, con il primo bimbo in arrivo, ha deciso di tornare a Pescara, a casa. Una scelta che ha i suoi pro e i suoi contro. «A Dubai ero libera, nel mio primo anno in azienda sentivo di non avere un posto nel mondo. Lavorare in Italia non era semplice. Poi è arrivata la possibilità di aprire un nuovo ramo del nostro ufficio a Bruxelles, ed è cambiato tutto». Oggi circa l’80% degli incarichi della Pomilio Blumm proviene dall’Unione europea. Dalle campagne di comunicazione per incentivare il vaccino contro il Covid all’organizzazione di grandi eventi fino alle attività informative dell’Ue in tutto il mondo, l’azienda ha ormai un respiro globale. Il loro quartiere generale, però, è sempre rimasto a Pescara.
L’Abruzzo, in effetti, sembra essere il filo conduttore della storia di questa famiglia. Ogni Pomilio è partito da qui, ha girato il mondo e poi è tornato. È questo, secondo Franco, il «trucco» del loro successo. «È stato mio nonno a iniziare tutto. Non era un industriale, ma una persona molto aperta di mente, sposato con una donna della nobiltà napoletana. La prima decisione che presero per i loro tre figli fu di mandarli a studiare all’estero, con la Svizzera come prima opzione. Poi sono tornati». In qualche modo, è come se questo viaggio ripercorresse la loro storia.
La storia, appunto. Losanna è ormai alle spalle, il van si avvicina all’aeroporto di Ginevra. Poi ci sarà Fiumicino e infine Pescara, la stessa casa dei Pomilio di 100 anni fa. Ottorino Pomilio è stato l’iniziatore dell’epopea imprenditoriale della famiglia. E anche il primo a fallire. Laureato in ingegneria, durante la prima guerra mondiale aprì un’azienda di aviazione a Torino. Fornì all’esercito i primi aerei italiani non prodotti su licenza straniera. Il successo lo portò ad aprire una nuova società negli Stati Uniti, al servizio del governo di Washington. Le cose, però, non andarono come sperato e la società fu sciolta nel giro di qualche anno. «La guerra era finita, la possibilità dei voli commerciali allora era lontanissima. Fu la prima delle nostre imprese a fallire. Anche se», precisa Franco, «non sono mai fallite per un approccio o un metodo sbagliato». Quel metodo che era un retaggio familiare comune a tutti gli otto fratelli di Ottorino.
«Dopo la fine del conflitto si diedero tutti da fare. Carlo, anche lui ingegnere, si occupò dell’urbanizzazione della zona di Monte Mario, a Roma, mentre altri due fratelli, Umberto – laureato in chimica – ed Ernesto fondarono a Napoli l’Elettrochimica Pomilio. I due rivoluzionarono il mondo dell’industria cartaria, inventando un nuovo metodo di estrazione della cellulosa che fu brevettato e nel giro di qualche anno diffuso in tutto il mondo». I Pomilio tornano a Pescara con l’apertura della distilleria. Producevano l’Aurum, un distillato di cognac e infuso di arance. Ed è proprio attorno a questo liquore che le vicende di Amedeo, nonno di Franco e fondatore dell’azienda, si intersecano con la storia della città, del suo volto più illustre e del Paese. La sintesi migliore è in un aneddoto dell’infanzia di Franco.
«A casa mi divertivo a scarabocchiare su dei fogli. Alcuni erano carteggi tra Amedeo e d’Annunzio. Si scrivevano, erano amici. Su un lato c’erano delle lettere del poeta, dall’altro i miei disegni». La distilleria diventò il centro di gravità del mondo intellettuale abruzzese: «Non era un semplice impianto industriale, ma un luogo che coinvolse poeti, architetti, artisti. Qualcosa di molto bello». Poi, però, irruppe la storia. «Finita la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti imposero il loro modello economico in Europa. Così anche da noi entrarono le distillerie americane, più attraenti e competitive di quelle italiane. È stato il momento più difficile per la nostra famiglia», ammette Franco. Un altro fallimento, ma sempre quel concetto che torna: «La capacità di sapersi rialzare». Generazione successiva. Al Dna dei Pomilio si aggiunge un nuovo elemento: lo sport.
Vittorio, figlio di Amedeo e zio di Franco, oltre che ingegnere è un campione di basket. Tra gli anni ’50 e ’60 gioca 19 partite con la nazionale azzurra (64 punti a referto) e scrive un pezzo di storia della pallacanestro pescarese. Da lui nasce una dinastia della palla a spicchi: la figlia Malì arriva ad altissimi livelli, il nipote Simone Fontecchio riesce addirittura ad arrivare oltreoceano per giocare in Nba, la lega di basket più prestigiosa al mondo. Appena qualche settimana fa, Simone ha inaugurato a Pescara lo storico campo dove si allenava il nonno. Era in stato di semiabbandono, lo ha rimesso a nuovo e lo ha intitolato a lui: un altro cerchio che si chiude. Ma nella storia sportiva dei Pomilio non c’è solo il basket. Gabriele, uno dei due fratelli di Vittorio, diventa un simbolo della pallanuoto pescarese e italiana, e suo figlio Amedeo vincerà con il Settebello le Olimpiadi di Barcellona del 1992.
Gabriele, però, è anche il fondatore, negli anni ’60, dell’azienda che ricongiunge il passato al presente della famiglia: la Pomilio Idee, in seguito Pomilio Blumm. Con lui lavorerà Oscar, l’altro fratello. La successione passa da qui: saranno i due figli di Oscar, Franco e il fratello Massimo, a prendere le redini dell’azienda. E ora che ai vertici c’è anche Andrea, un altro passaggio generazionale si è concluso. Qual è il filo rosso di questa dinastia? «Il lavoro come passione, come possibilità espressiva che, così, diventa la massima nobilitazione dell’uomo. A me e a chi mi ha preceduto è stata concessa questa possibilità», risponde Franco. È un tratto comune anche ai produttori di ascensori giapponesi, agli importatori israeliani e agli allevatori di pollo libanesi? «Siamo esseri umani, tribù con delle regole antropologiche, alcune molto simili, altre molto diverse, ma che sempre hanno a che fare con l’umanità. E questi imprenditori vivono il loro lavoro come qualcosa di nobile, che va oltre il mestiere».
E se non è un mestiere, quello di imprenditore cosa è? «Non si tratta di offrire un servizio, ma di svolgere una missione. Sentono tutti l’impegno verso il territorio, il dovere di far crescere la propria comunità, pensano a cosa si può fare per essa attraverso se stessi». È un racconto della vecchia scuola dell’imprenditoria italiana, in stile Gianni Agnelli? «È una delle cose su cui ci siamo trovati con Andrea. L’imprenditore non è un mestiere che si insegna». Coraggio, un po’ di pazzia e anche «un po’ di culo».
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