«La mia vita a caccia delle cellule recidive all’origine del cancro»

Il professor De Laurenzi si occupa della ricerca finanziata da Airc sul tumore alla mammella e al pancreas
PESCARA. Ci sono cellule nel tumore alla mammella considerate resistenti alle terapie. Sono quelle che causano recidive, l'aspetto più allarmante di una malattia che, se presa in tempo – considerato che secondo le statistiche ogni anno sei abruzzesi su mille si accorgono di avere un tumore maligno – è sempre più curabile. Ne abbiamo parlato con il professor Vincenzo De Laurenzi, associato di Biochimica clinica all'università d'Annunzio di Chieti.
De Laurenzi si occupa da anni di fattori di trascrizione e vie di segnale nell'ambito di cellule tumorali, ed oltre che dei tumori della mammella si occupa, sempre per conto di Airc, di un progetto di ricerca in grado di fornire nuovi approcci terapeutici per il carcinoma del pancreas.
Professore, per quanto riguarda il tumore della mammella, di che cosa si occupa la ricerca finanziata da Airc in corso all'Università di Chieti?
«Il nostro progetto, al quale lavora un team di cinque persone di formazione medica e biomedica, si occupa di caratterizzare in particolare una popolazione di cellule del tumore che sembrano essere responsabili dello sviluppo di tutto il tumore e delle recidive. Si tratta di cellule più resistenti alle terapie, si chiamano cellule inizianti il tumore o cellule staminali tumorali. Vogliamo capire, una volta identificate, quali possano essere i modi per colpirle con le terapie».
Il problema della recidiva, cioè di un tumore che si ripresenta di nuovo dopo un lasso di tempo variabile, è molto comune?
«Sì, il cancro della mammella se preso in tempo si cura bene, ma alcuni anni dopo può ripresentarsi a causa della presenza di cellule che non vengono intaccate dalle terapie. Lavoro da diversi anni sui tumori e sui meccanismi molecolari che ne regolano la nascita, e il progetto dell'Università di Chieti è al suo quarto anno. Caratterizzate le cellule, il passaggio successivo è disegnare approcci per contrastarle».
Con l'università di Salerno lei sta svolgendo un progetto sul carcinoma del pancreas, di che cosa si tratta nello specifico?
«Abbiamo visto che una molecola rilasciata da cellule tumorali del pancreas agisce su cellule dei tessuti che circondano il tumore, che a loro volta producono molecole che favoriscono lo sviluppo e la crescita del tumore stesso.
In questo caso il risultato che ci rende orgogliosi è il fatto di aver sviluppato un anticorpo che è in grado di bloccare la molecola. Sono confortanti i primi risultati ottenuti sugli animali, il passaggio successivo, dopo una attenta conferma dei risultati sarà la sperimentazione clinica del farmaco».
Mentre per il tumore della mammella la prevenzione è definita e sicuramente raccomandabile, per il pancreas prevenire appare più difficile: perché?
«Per la mammella mammografia ed ecografia, o entrambe a seconda dell'età, sono indispensabili all'identificazione precoce del problema. Il carcinoma del pancreas è un tumore più aggressivo e letale perché silenzioso. Pur avendo una incidenza molto bassa rispetto ad altri tumori, ha una mortalità altissima. Spesso viene diagnosticato molto tardi perché asintomatico, quando è già andato oltre l'organo o presenta già metastasi. Sono allo studio marcatori tumorali in grado di anticipare la diagnosi. Questo però, sia chiaro, non significa che non sia curabile. La ricerca serve anche a questo ed è per questo che va finanziata.
Airc svolge un lavoro molto importante e finanzia una grossa fetta della ricerca nazionale con risultati importanti: Per questo motivo il mio invito è quello di continuare a sostenere la ricerca sul cancro domenica prossima in tutte le piazze italiane con l'Azalea della Ricerca, e durante l'anno con tutte le altre iniziative messe in campo da Airc».
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