La terribile fine di 60 emigranti del Pescarese
L’8 agosto del 1956, alle 8.10, un fumo nero e denso si levò dal Bois du Cazier, la miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio. Il fumo usciva dal profondissimo pozzo numero 1, mille metri nelle...
L’8 agosto del 1956, alle 8.10, un fumo nero e denso si levò dal Bois du Cazier, la miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio. Il fumo usciva dal profondissimo pozzo numero 1, mille metri nelle viscere della terra, in cui come ogni mattina si erano calati 300 minatori. Solamente in 38 rividero la luce del sole. Molti di questi uomini morti bruciati dalle fiamme o asfissiati dal fumo, senza via di fuga, erano italiani; 60 erano abruzzesi emigrati da Manoppello, Lettomanoppello, Turrivalignani, Farindola, nella speranza di una vita migliore.
I minatori, in Belgio, li chiamavano “musi neri” perché quando risalivano in superficie avevano il volto ricoperto di polvere di carbone, la stessa polvere che si insinuava nei polmoni, togliendo il respiro, attaccandosi ai bronchi fino a diventare micidiale silicosi. Lavoravano senza garanzie, sei giorni su sette per otto ore al giorno, al buio come topi, piegati in cunicoli roventi alti meno di mezzo metro. E quando uscivano fuori dal buio, stavano nelle spoglie baracche dove durante la guerra si tenevano i prigionieri, senza servizi nè acqua corrente. Un minatore firmava un contratto per cinque anni e se poi, preso dallo sconforto o dalla paura, si rifiutava di scendere nei pozzi, veniva arrestato e gettato in prigione in condizioni degne di un lager.
L’esplosione, quell’8 agosto, fu devastante e sulle cause non fu mai fatta chiarezza. La colpa fu addossata a un operaio molisano, che caricando un vagoncino in un ascensore, avrebbe inavvertitamente rotto una conduttura dell’olio e contemporaneamente tranciato un cavo elettrico: l’olio fuoriuscito sulla corrente elettrica provocò una fiammata, alimentata dall’aria compressa e dai ventilatori d’areazione. L’incendio, di inaudita violenza, si estese in tutta la miniera: le strutture erano tutte in legno, comprese le porte anti incendio tra una galleria e l’altra; non c’erano porte stagne, non c’erano le vie di fuga e neppure le maschere anti gas. Il Bois du Cazier divenne una trappola mortale, un fiume di fuoco che dapprima bruciò ogni cosa e poi si trasformò in un denso fumo che invase tutte le gallerie.
Dopo due settimane di operazioni, i soccorritori contarono 262 vittime: 136 erano italiani, inviati a morire in miniera dal governo italiano in cambio di carbone a basso costo utile a far partire le fabbriche del triangolo industriale. Duecento chili di carbone per ogni lavoratore.
Dal 1990, il sito di Marcinelle, restaurato e trasformato in museo, è monumento storico alla memoria.

