La vita a fumetti di Colafella, premiato al festival di Venezia

6 Ottobre 2019

Il vignettista teatino che ha raggiunto il successo in Italia  disegnando il viaggio di Leone, il bisnonno emigrante

CHIETI. Un’intensa quanto appassionata “striscia a fumetti” tutta abruzzese sul red carpet dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con la consegna di un premio speciale ai vignettisti Carmine Di Giandomenico, teramano, e Francesco Colafella di Chieti, entrambi espressione di una interessante e qualificata realtà come l’Accademia del Fumetto di Pescara. E anche di storie particolari come quella dello stesso Colafella, quarant’anni portati con noncuranza niente affatto calcolata, il quale ha da tempo fatto sua una frase di Charles Bukowski: «Ho sempre avuto un debole per le cose impossibili». Ora sorride, mostrando con legittimo orgoglio la targa, quasi violentando la sua disarmante modestia. E si parte subito con un lampo di sincerità. «Non me l’aspettavo, comunque una bella soddisfazione. Sì, ho inseguito cose apparentemente impossibili ma la passione resta al di sopra di tutto».
I FUMETTI DI PAPÀ. Già, i sogni, la passione. «Che, da ragazzino, prosciugava la paghetta che mi concedevano in famiglia. Sicuramente indotta da mio padre Silvio, in possesso di una splendida collezione dei vari Tex Willer e Diabolik mentre io ero affascinato dagli eroi del mio tempo come l’Uomo Ragno e Dylan Dog. Ricordo con commozione quando papà si ammalò e, in ospedale, con altri ricoverati, mise assieme un intenso scambio di fumetti che poi portava anche a casa. Morì che avevo 13 anni, figlio unico e gli studi di ragioneria da affrontare senza molto entusiasmo. Il diploma? Preso. Anche se penso di non averlo mai ritirato». Ma la vita è una sorpresa.
DISEGNI IN DISCOTECA. «Doveva essere una settimana di vacanza e sono invece rimasto lì, in Australia, sette anni. Continuavo a disegnare e creare storie, accettando ogni tipo di lavoro. Poi cominciai, in una discoteca dove facevo il cameriere, raccogliendo l’invito del mio amico dj Rino Iodice, anche lui abruzzese, a disegnare delle tele mentre i clienti ballavano. La cosa interessò parecchio, giravamo per varie discoteche, la notte in cui l’Italia vinse i mondiali di calcio, ci trovavamo ai confini con la Germania. Fu bellissimo. Ma dieci anni fa, il terremoto in Abruzzo mi fece scattare un enorme desiderio di tornare a casa».
PANCHINA E ACCADEMIA. Di nuovo a Chieti, seduto su quella che Francesco considera una fonte d’ispirazione.
«Una panchina dove, se sei da solo, hai tanto tempo per riflettere. Sono cresciuto tra il “quadrato” di piazza Carafa e il Villaggio Celdit. Un posto dove, allora, un bambino per strada era il figlio di tutti. Tornai e mi iscrissi all’Accademia del Fumetto di Pescara, diretta da Alba Di Ferdinando, dove ho avuto come insegnanti, tra gli altri, artisti come lo stesso Di Giandomenico e Francesco Di Gregorio».
Così Francesco è chiamato a curare un progetto dedicato alla produzione grafica di Ivan Graziani: una bellissima collezione di disegni del cantautore teramano, poi arriva anche l’invito a partecipare, a Torricella Peligna, alla rassegna dedicata a John Fante nella quale propone il “Contromano Blues”, con Di Gregorio: un romanzo a fumetti costruito su immagini autobiografiche, un road-movie scandito dalla colonna sonora del gruppo dei Dago Red.
LA STORIA DI LEONE. Ma c’è una storia ad affollare la mente e stimolare la creatività di Colafella. «Quella del mio bisnonno Leone, uno dei tanti migranti diretti in America con una valigia di cartone. Ne parlai con Carmine e si partì assieme con un nuovo progetto attorno alla figura di un uomo che, tra la passione per la tromba e vari mestieri, ha vissuto esperienze difficili in una terra solo all’apparenza accogliente. “Leone. Appunti di una vita” è nato così. Storia di guerra, viaggio e musica sostenuta dall’estrema determinazione nell’inseguire un obiettivo.
Il volume uscirà a fine ottobre e ha già suscitato molto interesse con l’aggiudicazione, appunto, del premio speciale a Venezia. Un importante riconoscimento dopo due anni di lavoro e copertina affidata alla prestigiosa firma di Tanino Liberatore, originario di Quadri e definito “Il Michelangelo del fumetto italiano”.
IL MITO DI MARCIANO. «Da bambino, papà mi portò a vedere a Ripa Teatina la statua dedicata a Rocky Marciano la cui leggenda mi affascinò incredibilmente e noto con piacere come le stesse sensazioni le provi oggi mio figlio di sette anni». Che si chiama, ovviamente, Leon e lo induce spesso a passare dalle parti di Ripa anche per sentirsi ripetere quella storia di emigrazione che è all’origine della carriera di colui che, in parecchi, considerano il più grande pugile di ogni tempo. Storia magari da raccontare attraverso quella che Will Eisner, il grande fumettista statunitense, ebbe a definire “arte sequenziale”. Francesco ci sta già pensando.
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