Marinelli: la cultura può crescere, decisivo il ruolo delle Fondazioni

10 Luglio 2019

Parla l’ex esponente della Fondazione Carispaq: «L’ente esercita bene tutte le sue funzioni, ottima la scelta di Taglieri come presidente, esperto e profondo conoscitore del territorio»

La Fondazione Carispaq ha rinnovato recentemente i suoi organi amministrativi. Come le altre fondazioni bancarie ha varie finalità, con priorità alla valorizzazione e crescita della cultura. Ne parliamo con il professor Fabrizio Marinelli, che è stato prima consigliere generale e poi consigliere di amministrazione della Fondazione.
Professore, qual è la particolarità di questo ente?
Le fondazioni bancarie vennero istituite dai Governi di Giuliano Amato e di Carlo Azeglio Ciampi nei primi anni Novanta al fine di razionalizzare il mercato bancario con la separazione, nel caso delle Casse di risparmio, dell’azienda bancaria dal capitale. Proprio il capitale della banca, che nel caso delle Casse di risparmio e delle banche popolari non aveva un azionista privato ma era della collettività locale, si trasformò in fondazione (parola che viene da fondo, ovvero patrimonio). In un primo tempo tali fondazioni avevano il controllo dell’azienda bancaria, quindi prima nel 1994 e poi nel 1999 il Governo spinse per una decisa dismissione del capitale di controllo. La funzione di stabilizzazione fu così di fatto assegnata al mercato (per quanto ristretto) ed alla Banca d’Italia, che lo esercitò non sempre con la dovuta attenzione. Quindi le fondazioni, private della funzione di controllo bancario e indirizzate verso quella valorizzazione del no profit che lo Stato e gli enti locali non erano più in grado di assicurare, divennero arbitre del loro destino.
E qual è stato il loro destino in Abruzzo?
In Abruzzo la Fondazione Carispaq ha ceduto gran parte delle quote di proprietà della Cassa di Risparmio alla Bper, di cui mantiene una quota minima. Ha un capitale di circa centocinquanta milioni di euro, realizza utili per circa quattro milioni lordi all’anno che, al netto delle tasse, degli accantonamenti di legge e delle spese di funzionamento permette di distribuire risorse sul territorio per circa un milione e mezzo l’anno. Destino diverso per le fondazioni di Teramo e di Chieti, che hanno cercato di aiutare le rispettive banche a mantenere l’autonomia senza peraltro riuscirvi ed anzi dando fondo alle proprie risorse. Mentre la Fondazione di Teramo sta comunque riprendendosi da tale situazione, quella di Chieti è ora inglobata nella Fondazione Banco di Napoli. La Fondazione PescaraAbruzzo, al contrario, pur avendo risentito dei problemi della Cassa di risparmio di Pescara, è oggi sostanzialmente solida e svolge una proficua attività.
Vi è un raccordo tra le fondazioni abruzzesi?
Praticamente no, al di là dei buoni rapporti tra gli amministratori. Tuttavia ritengo che un maggior raccordo sia necessario ed opportuno, anche se sono pessimista al riguardo.
Perché pessimista?
Faccio due esempi. Quando il Presidente Falconio fu eletto presidente della Regione Abruzzo, nel 1995, mi chiese di avviare dei contatti informali con gli amministratori delle quattro Casse di risparmio abruzzesi per verificare la possibilità di una fusione, che avrebbe dotato l’Abruzzo di una banca forte ed autonoma. L’idea venne apprezzata da tutti, ma ogni presidente pretendeva di essere lui il presidente della nuova banca, ed ogni direttore generale pretendeva di avere un ruolo apicale. Ovviamente non se ne fece nulla, e così le quattro Casse di risparmio sono state tutte cedute a banche non abruzzesi. Di certo l’efficienza sistemica è stata garantita, ma a spese del territorio che ne risulta sostanzialmente impoverito. Secondo esempio. Qualche anno fa si tentò, in termini assolutamente astratti e rispettosi delle singole autonomie, di razionalizzare il sistema universitario abruzzese, che aveva tre università in un territorio abitato da un milione di persone. Non solo l’idea abortì immediatamente per resistenze corporative fortissime ma il risultato fu un aumento degli Atenei, con l’istituzione all'Aquila del Gran Sasso Science Institute (che comunque una sua logica ce l’aveva) ed alla D’Annunzio di Chieti-Pescara di un’università telematica che proprio nei giorni scorsi è stata interessata da uno scandalo giudiziario che ne ha svelato la strumentalità.
Come funziona la Fondazione aquilana?
La fondazione aquilana è incentrata su di un consiglio generale che viene nominato per la metà dall’assemblea dei soci – eredi della comunità che ha creato a metà Ottocento la Cassa di risparmio della Provincia dell’Aquila – e per la metà dalle istituzioni del territorio, Comuni, Prefettura, Università. Il Consiglio generale elegge il Presidente, il consiglio di amministrazione, i sindaci, e inoltre fornisce le linee guida su cui si devono muovere gli interventi della Fondazione. Si tratta di interventi a supporto della cultura, del sociale, del lavoro e dell’impresa, sia con iniziative proprie – premio della solidarietà, borse lavoro, incontri con personaggi come, solo per citarne alcuni Paolo Mieli, Luca Zingaretti, Piero Angela – sia con iniziative a favore di eventi come la Perdonanza aquilana o la Giostra cavalleresca di Sulmona. Si pensi anche alla restituzione alla città del Palazzo dei combattenti, restaurato con grande attenzione al dettaglio e messo a disposizione di qualificati eventi. Vorrei aggiungere due cose: la prima riguarda i rapporti con l’Università, che devono essere potenziati in un’ottica sinergica di prospettiva lunga, che promuovano L’Aquila come città della cultura, quella vera, frutto di rigore e di impegno. La seconda il personale della Fondazione che, insieme al suo direttore generale dottor David Iagnemma, svolge una funzione di grande rilievo con competenza e professionalità.
Quest’anno per la prima volta è stato eletto un presidente non aquilano.
Personalmente non ci vedo nulla di strano. Ho sempre ritenuto, attirandomi anche qualche critica, che se la Provincia dell’Aquila non si presenta unita è destinata ad avere un ruolo marginale in Abruzzo.
Pensa che Taglieri sarà un buon presidente?
Ritengo che Domenico Taglieri sarà un ottimo presidente della Fondazione, grazie alla sua esperienza di amministratore all’interno della fondazione e fuori di essa. Così come sono stati ottimi presidenti prima Roberto Marotta e poi Marco Fanfani, che hanno saputo preservare ed accrescere il patrimonio della fondazione distribuendo ingenti risorse sul territorio. Se la cultura nella Provincia dell’Aquila è ancora viva e vitale in molti settori, lo si deve al contributo finanziario della fondazione. Certo, il rinnovamento produce sempre resistenze, ma è fondamentale continuare su questa strada nel rispetto della pari dignità di tutti. Ci sono voluti 20 anni per far entrare una donna nel consiglio di amministrazione della fondazione, la professoressa Maria Cristina Cervale. Ritengo, con tutta l’umiltà di cui sono capace, di aver contribuito ad avviare un processo positivo. E intendo continuare».
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