Petrolieri all’attacco: decidetevi Ma D’Alfonso li gela: così non va

A Pescara gran consulto (blindato) sulle trivelle in Adriatico, presenti industriali e prof universitari Assenza polemica di parte del mondo ambientalista. Clò: vi state facendo del male, si perde lavoro
PESCARA. Alla fine il confronto c’è stato ed è stato pure aspro, ma al tavolo del gran consulto pescarese sulle trivelle in Abruzzo, convocato dai petrolieri di Assomineraria, è mancato più di un attore importante: non c’erano i vescovi, irremovibili nella loro «difesa del creato»,e non c’erano neppure i tanti comitati, con il fronte dei No-Ombrina rappresentato solo da Legambiente. Un’associazione si è sfilata scrivendo una lettera in cui si sostiene addirittura di «trovare singolare che i carnefici vogliano parlare con le potenziali vittime ». Eppure l’occasione era ghiotta per approfondire un tema così controverso, grazie anche alla presenza dei tanti prof universitari che Assomineraria aveva radunato attorno al tavolo.
Il primo a intervenire è stato è stato il numero uno della Confindustria dei petrolieri, Pietro Cavanna, che si è detto stupito per tutte queste barricate contro un’attività che porta ricchezza e occupazione «nel pieno rispetto dell’ambiente», aggiungendo che «forse qualcuno ci confonde con l’industria petrolchimica.
Gli ha fatto eco Alberto Clò, ex ministro dell’Industria e grande esperto di energia, autore di un documentato studio sulla storia dell’industria petrolifera in regione: «Il terzo pozzo petrolifero al mondo è stato messo in attività a metà ’800 in Abruzzo, a Tocco a Casauria, e per oltre un secolo l’attività estrattiva è stata vista come una grande ricchezza: c’era chi manifestava per avere in funzione i giacimenti di metano e ad Alanno si estraevano più idrocarburi che a Cortemaggiore. Poi, negli ultimi vent’anni l’equilibrio si è rotto e si rischia di perdere un pezzo importante dell’industria manufatturiera: 500 posti se ne sono già andati, altri 500 sono a rischio. Non possiamo continuare a farci del male, c’è troppa disinformazione, ma giocare sull’ignoranza altrui non va bene». Concetto ripreso anche da Anna Morgante e Mario Luigi Rainone, dell’università d’Annunzio, quest’ultimo indignato per il fatto che di Geologia «parlino i tifosi e non i geologi». Rassicuranti, per i petrolieri, anche gli interventi del direttore generale del ministero dello Sviluppo economico, Franco Terlizzese, e del prof. Carlo Doglioni, che ha spiegato le conformazioni dei fondali del Mar Adriatico.
E’ toccato a Giovanni Damiani dell’Arta e a Giuseppe Di Marco di Legambiente difendere le ragioni del «no»: il primo ha ammonito a non sottovalutare le caratteristiche dell’Adriatico, «un mare fragile perché chiuso, con un ricambio delle acque che avviene solo ogni 4-6 anni: un incidente qui avrebbe conseguenze devastanti, va valutato tutto bene». Ne è seguito un vivace scambio di battute con Michelangelo Tortorella, numero uno della Proger di Chieti, azienda impegnata nella progettazione di impianti petroliferi in tutto il mondo: «Ormai il 95% del fatturato viene dall’estero», ha detto, «ma conservare il posto di lavoro di geologi e ingegneri sarà sempre più dura». Tortorella ha confutato le riserve avanzate da Damiani sulla tecnica dell’air gun per la prospezione dei fondali: «Sono esagerazioni, all’ecosistema marino fanno molti più danni i grandi motori delle navi che solcano i nostri mari: che cosa facciamo, le fermiamo tutte?».
Ma a gettare acqua sul fuoco delle speranze dei petrolieri è arrivato il governatore Luciano D’Alfonso, che ha preannunciato un prossimo intervento del governo («entro dicembre») volto a limitare la possibilità di scavare pozzi in Adriatico in prossimità della costa: «Il Pil dell’Abruzzo è di 29 miliardi, con 127mila imprese: buona parte di queste è impegnata nell’agricoltura e nel turismo, bisogna sforzarsi di trovare un punto di caduta soddisfacente per tutti. E non si può prendere decisioni così importanti ignorando la comunità abruzzese». Par di capire che si voglia rispolverare il limite di 12 miglia dalla costa, che di fatto spazzerebbe via non solo la futura concessione Rockhopper per Ombrina, ma altre richieste di altre multinazionali come Petroceltic.
Difficile che si possa trovare un’intesa. A questo punto le soluzioni possono essere solo due: o viene confermato lo scenario evocato da D’Alfonso, dando vita a una serie di contenziosi per risarcimenti danni da parte delle compagnie petrolifere, o il governo si impunta e autorizza le trivellazioni, sfidando le ire dei tanti abruzzesi che si oppongono. Comunque non sarà una passeggiata e qualcuno ci perderà la faccia.(cr.re.)
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