Quei rifugi suggestivi in montagna peccato che sono solo per pochi

14 Febbraio 2016

Nelle Alpi fanno parte della rete turistica e sono molto richiesti, da noi sono isolati e aperti occasionalmente Le guide reclamano da tempo il loro recupero. Esiste un piano di mappatura e rilancio, ma nel frattempo...

L'AQUILA. Un bivacco come il Gervasutti, a 2.835 metri di quota a Courmayeur (Valle d’Aosta), che spunta dal Ghiacciaio del Fréboudze sul Monte Bianco. Oppure un rifugio come il Gonella su uno sperone roccioso sopra al ghiacciaio del Dôme a 3.071 metri sulla Val Veny. E poi la "casa sospesa" del rifugio Mollino, a quota 2.020 metri nel comprensorio sciistico di Gressoney Saint Jeann. No, niente di tutto questo. L'Abruzzo dei rifugi montani non guarda alle progettazioni mozzafiato delle Alpi oltreconfine. Anche se per il vicepresidente Giovanni Lolli, alpinista della prima ora, fautore del recupero dei rifugi abruzzesi, il modello dev'essere quello delle Alpi occidentali svizzere, dove esiste una tradizione dei rifugi lunga 150 anni. Una costellazione di strutture accoglienti come quelle che incontri lungo la Chamonix-Zermatt, la più grande traversata delle Alpi che arriva fino al Cervino: rifugi in pietra, con una storia, attrezzati, dove c’è sempre una parte invernale aperta, riforniti, dove si esprime l'attitudine al mutuo-aiuto tipica di chi ama la montagna: la possibilità di accedere alla riserva di risorse economiche donate dagli escursionisti. E tutti, alla fine, lasciano più di quel che trovano.

Non è come da noi dove, ad esempio, dal bivacco Fusco sul Monte Amaro, sono spariti anche i materassi; oppure come sulla Maiella, dove il rifugio Pomilio è spesso isolato perché la strada non viene pulita dagli Enti preposti.

Basterebbe guardare anche un po' più su per ispirarsi a un nuovo modo di gestire i rifugi in Abruzzo, alle nostre Alpi, dove le strutture sono ben fatte, in muratura, e dove esistono anche bivacchi particolari come il grande tubo ecosostenibile sul Monte Bianco (realizzato senza che nessuno urlasse allo scempio).

Il quadro locale, per dirla senza mezzi termini come Lolli, è "desolante". «Eppure», spiega, «l'alpinismo abruzzese è coetaneo a quello alpino, infatti gli “Aquilotti” di Pietracamela sono contemporanei agli “Scoiattoli” di Cortina».

Le strutture attrezzate aperte agli alpinisti nella stagione invernale si contano sulle dita di una sola mano: il rifugio Vincenzo Sebastiani, il Pomilio, il Franchetti e il Duca degli Abruzzi. Le altre strutture sono fatiscenti e abbandonate, chiuse, un patrimonio che di certo non frutterebbe economia di massa, ma sarebbe in grado di dare, se messa a sistema, una marcia in più al piccolo turismo montano, oltre che essere un servizio agli alpinisti.

Critico, in tal senso, il giudizio delle guide alpine. «I rifugi andrebbero recuperati anche per intercettare il turista alpino, la cui attitudine è di cercarli per il puro gusto di vivere la montagna. E' il cosiddetto “turismo itinerante” che, altrimenti, rischieremmo di perdere», spiega il presidente delle guide d'Abruzzo, Agostino Cittadini.

E' dello stesso parere Lolli, che ha avviato un percorso di recupero dei rifugi di montagna a tutto tondo. I primi a essere destinatari di un intervento di recupero saranno i rifugi Franchetti e Duca degli Abruzzi, destinatari di 100mila euro nell'ambito di un più ampio finanziamento di 1,5 milioni previsti dalla Regione per i sentieri.

Ma quanti sono i rifugi in totale in Abruzzo, tra quelli di alta, media e bassa quota? Impossibile allo stato attuale stabilirlo. Ci si riuscirà nella fase successiva di recupero, quando i rifugi verranno mappati grazie ai documenti del Cai e del Parco nazionale del Gran Sasso. Così, forse tra qualche anno potremo avere qualche motivo in più per strappare i turisti alle montagne del Nord.

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