Quella proposta di legge contro lo sfruttamento fatta ammuffire

7 Maggio 2015

AVEZZANO. Il “buco costituzionale” della Regione Abruzzo in merito allo sfruttamento del lavoro poteva essere colmato con una proposta di legge presentata nel 2011 da Maurizio Acerbo, ex consigliere...

AVEZZANO. Il “buco costituzionale” della Regione Abruzzo in merito allo sfruttamento del lavoro poteva essere colmato con una proposta di legge presentata nel 2011 da Maurizio Acerbo, ex consigliere regionale di Rifondazione Comunista, ignorata dalla scorsa giunta. Acerbo, anche alla luce delle inchieste emerse sul lavoro nero nel mondo dell'agricoltura in Abruzzo, aveva presentato una proposta di legge su “Disposizioni in materia di contrasto al lavoro non regolare in agricoltura”, mai discussa però in Emiciclo.

L'obiettivo era di fare in modo che l'Abruzzo potesse mettersi in linea con altre regioni come la Puglia dove, dal 2006, vige una normativa che prevede la revoca dei finanziamenti pubblici alle aziende in caso di inadempienza dei diritti dei lavoratori. Secondo la legge pugliese, inoltre, le aziende che fanno richiesta di finanziamenti pubblici, a qualsiasi titolo, devono indicare nella domanda la tipologia della coltura praticata e il numero di unità impiegate per fare in modo che nessuno possa lavorare senza essere in regola.

Il progetto, però, non “piacque” alla allora maggioranza di centrodestra che non ne volle mai discutere e rimase, così, chiuso nel cassetto della IV Commissione, dove ancora giace.

A livello nazionale, invece, nel 2011 venne introdotto nel codice penale il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. I "caporali", cioè coloro che sfruttano i dipendenti ignorando totalmente i loro diritti, rischiano il carcere da cinque a otto anni e una multa fino a duemila euro per ogni lavoratore coinvolto.

(e.b.)