Quella tragedia dei minatori colpo al cuore dell’Abruzzo

La storia di Emidio, vittima di Lettomanoppello, e il ricordo del figlio Nino
L’8 agosto del 1956 Nino Domenico Di Pietrantonio di Lettomanoppello aveva 11 anni ed abitava con la famiglia negli alloggi dati ai minatori dalla società mineraria belga che estraeva carbone dal pozzo del Bois du Cazier di Marcinelle nel comune di Charleroi. Il padre Emidio, quel giorno, come ogni giorno lavorava sotto terra a oltre un chilometro di profondità.
Era un "Muso nero" di professione, partito con altri sette da Lettomanoppello, dieci da Turrivalignani, ventidue da Manoppello e ancora venti da molti paesi dell'Abruzzo, per costituire la colonia abruzzese, fra i 136 italiani e 262 europei che restarono vittime di quella che fu una tragedia immane che sconvolse il mondo intero, le cui notizie giungevano frammentarie via radio e a tutti batteva il cuore per sapere se qualche famigliare fosse rimasto intrappolato nelle viscere del pozzo minerario che improvvisamente implose su se stesso.
Cresciuto, Di Pietrantonio ha incarnato il dolore, il disagio, l'abbandono da parte delle autorità belghe e italiane verso i parenti delle vittime, non smettendo mai di lottare per conoscere la verità sulle cause che scatenarono il disastro e sul comportamento dei governi europei delle nazioni di provenienza dei minatori che riuscirono a coprire tutto, facendo valere la versione, inconsistente, dei belgi sulla fatalità della sciagura e che addirittura riuscirono a riportare in patria le bare (non tutte) delle vittime da seppellire, una seconda volta, nei vari cimiteri. Bare che però non contenevano i corpi dei minatori che estraevano carbone a varie profondità fino a più di mille metri, per l'impossibilità di riportarli in superficie, tanto che chi riuscì ad aprirle testimoniò di aver trovato zavorra di resti di animali e materiali lapidei.
Di Pietrantonio ha tentato ripetutamente di ottenere l'autorizzazione dalle autorità, chiedendola anche al già presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per la riesumazione del corpo del padre per poter eseguire il riconoscimento tramite Test del Dna. Tentativi rimasti tali.
Sarebbero solo 17 i minatori periti non identificati e per dare loro un nome e un volto da sempre si sta battendo il professor Michele Cicora di San Giuliano di Puglia (Cb), in Molise, insegnante in una scuola di Londra, perché fra quei 17 ci sarebbero i resti del padre Francesco, mai trovato. Lui è di casa a Marcinelle in visita al cimitero dei minatori. Le stele di quei Musi neri riportano la scritta "inconnu" e lui deposita fiori su tutte le 17 tombe, poiché una deve pur essere quella del papà. Cicora ora si è rivolto al presidente Sergio Mattarella per chiedere ciò che Di Pietrantonio chiese a Napolitano e fare finalmente luce, dopo 63 anni, su quanto avvenne prima, durante e dopo la catastrofe.
Ciò che è certo è che quelle bare tornarono in Italia il 26 novembre, dopo oltre tre mesi dal disastro. Quelle abruzzesi approdarono all'aeroporto di Pescara dove rimasero una notte per poi essere scortate da bersaglieri e alpini nei vari paesi di provenienza, per la sepoltura. Nessuno poté vedere cosa contenessero.
L'ultimo tentativo di riesumazione fu ancora di Di Pietrantonio e risale al novembre 2000 con un esposto alla Procura della Repubblica che negò il permesso poiché trascorsi oltre 30 anni dall'evento, anche se potevano ancora sussistere le possibilità di riaprire il processo su Marcinelle per accertare le responsabilità. Che allora ricaddero sull'ignaro ed innocente direttore della miniera ingegnere Cavalicis, preso come capro espiatorio il quale, anche se non subì condanna, morì di crepacuore per essersi dovuto addossare una tale colpa.
A svelare a Di Pietrantonio la causa del disastro fu Antonio Jannetta, circa 18 anni fa a Toronto in Canada dove fu mandato immediatamente dopo la sciagura.
«Gli fu ordinato da un dirigente di accendere un fuoco nella miniera e lui» dice Di Pietrantonio «a 975 metri di profondità lo fece, riuscendo a tornare in superficie, mentre gli altri morirono.
Non si conoscono i motivi del gesto, ma potrebbero risiedere sul tipo di contratto stipulato fra Belgio e Italia per il lavoro in miniera che probabilmente non consentiva più di continuare con gli scambi internazionali di carbone-lavoro.
Si fece credere che l'incendio che si sviluppò fu a causa di un cavo elettrico tranciato dal movimento dell'ascensore che portava i minatori in profondità, ma solo per attenuare la disperazione del momento».
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