Rapino: «Il mio Pd? Più vicino ai giovani e agli ultimi»

A 31 anni si candida alla carica di segretario regionale «In giro c’è tanta rabbia, dobbiamo dare le giuste risposte»
PESCARA. Marco Rapino, 31 anni da pochi giorni, vice segretario regionale vicario del Pd e, ancora per poco (per motivi anagrafici), segretario dei Giovani democratici, è uno dei candidati alla successione di Silvio Paolucci alla segreteria regionale.
È così Rapino, anche se c'è l'ipotesi di riconfermare Paolucci?
«Nell'ultima direzione regionale il presidente dell'assemblea ed esponenti importanti del partito hanno dichiarato apertamente la disponibilità a ricandidare Silvio, che in questi anni ha riconquistato tutto dopo la situazione drammatica del 2008...».
C'è chi ha sollevato problemi di incompatibilità.
«Chi fa politica non si deve preoccupare di questioni burocratiche. Se c'è la disponibilità di Silvio e quella del partito a ricandidarlo bene, altrimenti io sono in campo, voglio correre e dire la mia».
Intanto lo dica a noi.
«Il Pd alle europee ha preso il 41%. Una lettura implicita del fenomeno potrebbe indicare che la rabbia sociale è finita. Ma io non lo penso. La crisi è evidentissima e la rabbia c'è ancora ed è tanta. E se facciamo un congresso tutto al nostro interno, impegnandoci in dibattiti su deroga sì, deroga no, non generiamo nulla. Noi siamo un partito di governo, dobbiamo declinare le nostre proposte - anche nel momento più delicato come quello congressuale - e provare a mettere in campo una programmazione all'altezza della sfida».
Qual è la prima sfida?
«Quella dello sviluppo. Siamo una regione tendenzialmente industrializzata che si sta deindustrializzando, ma non c'è una politica industriale, anche se è evidente che non dipende tutto dalla Regione. C'è poi un problema di povertà e di disuguaglianza. Ecco, io credo stia lì la ripartenza di un Pd di governo: l'attacco alle povertà, il partito che si mette a fianco degli ultimi. Dobbiamo dimostrare di essere in grado di affrontare queste grandi tematiche del nostro tempo».
Finora la politica non c'è riuscita?
«In questi sei anni di crisi gli italiani, gli abruzzesi, sono cambiati profondamente. Ed è cambiato l' orizzonte culturale in cui ci muoviamo. Nel frattempo abbiamo ristrutturato il sistema delle politiche sociali e smantellato il welfare. E agli ultimi abbiamo lasciato la Tv. Questo spiega perché nelle grandi periferie italiane non votano più a sinistra».
E non da ieri.
«C'è stato un arretramento culturale della sinistra. Invece il primo compito della sinistra di governo è di farsi organizzatore di quello spazio e dimostrare di essere da quella parte. Ma in forme nuove (e in questo caso ha ragione Matteo Renzi), perché non viviamo più nel Novecento».
E che cosa dice del lavoro che manca?
"Una vera emergenza. Ho 31 anni da pochi giorni. La mia è una generazione di persone che hanno studiato e che non hanno possibilità di trovare lavoro. La disoccupazione giovanile in Abruzzo è al 40 %, siamo una delle regioni più anziane d'Italia: gli ultrasessantacinquenni sono il doppio dei ventenni. Negli anni Settanta una situazione di questo genere sarebbe stata micidiale. Per fortuna abbiamo un sistema familiare che ancora regge, ma anche quel sistema è in dissoluzione».
Le persone che frequenta, i suoi coetanei, sono tutte impegnate in politica?
«Grazie a dio no. Ho la fortuna di occuparmi anche di cose diverse. Quanto vado a cena con i miei amici e dico che faccio il vice segretario vicario del Pd non capiscono quello che sto facendo. Pee questo penso che la politica debba riuscire a raccontare meglio quello che è, a essere più trasparente. Un dirigente di partito deve poter essere verificabile agli occhi dei cittadini».
In questi mesi si è parlato molto nel Pd di crisi degli iscritti. Qual è la sua idea di partito?
«Lo vedo come un luogo di partecipazione. Un partito che guarda alle nuove generazioni, che si organizza per farli lavorare, e non per l'attacchinaggio, ma per dimostrare che fa un investimento sul capitale umano».
Cosa direbbe a un giovane, a una persona della sua età, per convincerlo a iscriversi?
«Ho la fortuna di essere, ancora per poco, segretario regionale dei giovani democratici. In certi momenti siamo arrivati anche a 5-6 mila iscritti, che rispetto a un quadro generale di disaffezione alla politica sono numeri molto dignitosi. Penso che a un ragazzo non puoi chiedere di fare tutta la filiera delle esperienze nel partito. Non puoi chiedere adesioni fideistiche, men che meno adesioni a correnti. Il partito deve farsi carico delle progettualità che le nuove generazioni propongono. Ma per fare questo devi avere dei contenuti da proporre. Oggi questa cosa si è smarrita».
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