Si chiude la vicenda Scelli: «Non ci fu danno né colpa»

18 Settembre 2016

La Corte dei Conti assolve l’avvocato sulmonese ex commissario della Croce Rossa «E’ la fine di una vicenda che ho vissuto come una profonda ingiustizia»

CHIETI. «La fine di qualcosa che ho vissuto come una profonda ingiustizia», è stato questo il commento di Maurizio Scelli, alla recenteissima sentenza della Corte dei Conti terza sezione giurisdizionale centrale d'appello che ha segnato una svolta definitiva nella vicenda in cui, da commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, che ha gestito dal 2003 al 2005, era finito per fatti relativi alla gestione della stessa Croce Rossa, che avevano prodotto due pronunciamenti negativi nei suoi confronti da parte della Corte dei Conti. La svolta è stata ora determinata dalla sentenza numero 429, che ha rigettato, solo per motivi formali, il ricorso proposto dallo stesso Scelli, ma ha escluso “non solo il danno patrimoniale in relazione al quale è stata affermata la responsabilità dello Scelli in entrambi i giudizi di primo e secondo grado, ma anche l'elemento soggettivo della colpa grave ed avrebbe, conseguenzialmente, comportato un ben diverso grado del giudizio, con esclusione di qualsiasi responsabilità dello Scelli ai fatti in causa”. Un attestato di correttezza formale e sostanziale che restituisce l'onore all'avvocato di Sulmona che ha vissuto, per questa storia, non solo danni morali, ma anche contraccolpi che hanno ingiustamente limitato la sua azione in campo professionale e politico e che annulla ogni precedente condanna per danno erariale.

Scelli è il personaggio che ha avuto una parte decisiva nella liberazione in Iraq di Simona Pari e Simona Torretta, le “due Simone” come vennero chiamate, nel ritrovamento del corpo di Fabrizio Quattrocchi e in tante altre missioni in cui la Croce Rossa nei due anni in cui è stato commissario ha guadagnato stima e riconoscimenti a livello internazionale è stata protagonista, al punto di essere premiata con la medaglia d'oro al merito civile del compianto presidente Carlo Azeglio Ciampi. Forse il torto di Scelli fu quello di essere salito troppo in alto, se è vero, che proprio il successo del suo impegno umanitario sembravano aprirgli strade di ulteriori incarichi, anche a livello governativo.

«Sarebbe molto facile a questo punto richiamare tutto quanto di infamante è stato scritto e fatto nei miei confronti», dice Maurizio Scelli. «Non cerco più polemiche o rivalse, ma solo l'affermazione di verità che riconoscano quanto fatto in favore dei più deboli e bisognosi».

Ma si è mai chiesto perché si è trovato al centro di bufere che gli stessi magistrati, attivati da denunce di persone evidentemente interessate ad agire contro la sua persona, hanno più volte smontato? «Non saprei, io non sono un politico di professione, ho solo cercato di far confluire il patrimonio che mi aveva dato il mondo del volontariato, in cui da giovanissimo ho agito, nella politica, intesa davvero come servizio agli altri. Forse questo ha dato fastidio, ma era ed è il solo modo che credo esista per fare politica, in modo giusto, con rischio ed anche sacrificio, per cercare sempre di dare una mano alla comunità, capendo e dando immediate risposte a chi è in palesi difficoltà. Penso alle polemiche suscitate dal mio “protagonismo”, come qualcuno l'ha definito, nella trattativa per la liberazione degli ostaggi italiani in Iraq. Dissero che non spettava alla Croce Rossa e quale titolo io mi ero mosso. Devo far sapere come sono andate le cose. Subito dopo i primi rapimenti scesi a Badgdab per valutare la situazione e mi incontrai casualmente con il padre di un bambino, autorevole esponente sunnita, che avevamo fatto curare in Italia per una grave malattia. Lui mi disse di essere pronto a spendersi in prima persona per favorire il rilascio dei sequestrati in segno di profonda riconoscenza verso l'Italia e soprattutto verso la Croce Rossa, come in effetti fece. Avrei dovuto far finta di nulla? Dire di rivolgersi altrove, tappandomi le orecchie per non sentire i disperati appelli dei famigliari? No, non è questo il Paese in cui mi ostino a credere». Progagonista, hanno detto. Si è mai però sentito un eroe in quei momenti, visto i risultati che ha avuto con grave personale rischio? «No, eroico è stato arrivare fino ad oggi, per avere una verità ormai non più contestabile».

Gino Di Tizio

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