Daniele Compatangelo, amico collega e giornalista rigoroso

4 Settembre 2026

«Ok, ci sono»: una frase che nella nostra chat di redazione era la sua firma. E in fondo era anche il suo modo di stare al mondo

ROMA. Ricordare Daniele Compatangelo significa ricordare un collega ma soprattutto un amico. Una persona che per tre anni ho avuto il piacere di sentire tutti i giorni. Un modo preciso di fare giornalismo: serio, rigoroso, pieno di fonti e di notizie, ma mai serioso.

Nella nostra chat di redazione, che si chiamava semplicemente “Corrispondenza Washington”, c’era una frase che Daniele scriveva continuamente: «Ok, ci sono». Era la sua firma. E, in fondo, era anche il suo modo di stare al mondo. «Ok, ci sono» rispondeva quando gli chiedevamo un collegamento alle dodici. Solo che per noi erano le dodici, mentre a Washington erano le sei del mattino. Ma lui c’era. Sempre. Daniele viveva su due fusi orari: quello americano, nel quale lavorava, cercava le notizie e incontrava le sue fonti; e quello italiano, nel quale noi continuavamo tranquillamente a chiamarlo a qualunque ora, convinti che fosse sempre perfettamente sveglio, vestito e pronto ad andare in onda. E, incredibilmente, quasi sempre lo era.

Daniele aveva fonti di primissimo piano. Conosceva Washington davvero: non soltanto i palazzi e le istituzioni, ma i luoghi, i portavoce del potere, i retroscena. Sapeva dove cercare una notizia e, soprattutto, sapeva riconoscerla prima degli altri. Ma anche quando aveva fatto uno scoop, la famosa telefonata con Trump su Giorgia Meloni, non cambiava tono. Non si metteva la medaglia al petto. Non diventava improvvisamente “il grande corrispondente da Washington”. Restava Daniele: disponibile, ironico, capace di prendersi sul serio soltanto quanto bastava per fare bene il proprio lavoro. Mai un centimetro di più.

Con me, poi, in diretta si divertiva. Sapeva benissimo che prima o poi sarebbe arrivata una provocazione, una domanda assurda, una richiesta impossibile. E non si sottraeva: raccoglieva la battuta e rilanciava. Una volta, per dimostrare che fosse davvero in collegamento dalla Casa Bianca, gli chiesi di prendere un ciuffo d’erba dal prato e di mostrarlo alla telecamera. Una richiesta molto professionale, come potete immaginare. Un rigoroso metodo di verifica delle fonti: altro che fact-checking. Daniele non si offese, non fece il corrispondente indignato. Stette al gioco. Duettò con me, come faceva sempre, con quel sorriso appena accennato di chi pensa: «Parenzo è completamente matto, ma vediamo dove vuole arrivare». Ecco, mi piace ricordarlo così: davanti alla Casa Bianca, con tutte le notizie del mondo nella testa e un ciuffo d’erba da recuperare per assecondare una mia provocazione.

Perché Daniele possedeva una qualità rara: sapeva essere autorevole senza diventare pomposo. Sapeva raccontare il potere senza subirne il fascino. Poteva parlare con una fonte ai massimi livelli e, un minuto dopo, scherzare con noi come se fosse seduto nella stessa stanza.

La sua scomparsa, così improvvisa, a Washington, la città che aveva scelto e raccontato, lascia un vuoto umano e professionale enorme. Ma lascia anche qualcosa che non scompare: il suo esempio, il suo stile, la sua voce. E lascia quella frase nella nostra chat: «Ok, ci sono».

Oggi, purtroppo, sappiamo che non arriverà più quel messaggio. E forse è questa la cosa più difficile da accettare. Ma ogni volta che penseremo al giornalismo fatto con passione, competenza, leggerezza e generosità, Daniele continuerà a esserci. E allora oggi siamo noi a dirglielo, un’ultima volta: «Ok, Daniele. Ci siamo. E non ti dimenticheremo».

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