Intervista a Nazario Pagano: se nessuno supera la soglia del premio al 42% allora lo Stabilicum sparisce

Il deputato di Forza Italia guida la commissione che ha portato avanti la riforma
«Sulle preferenze serve equilibrio tra volontà delle segreterie e dei cittadini»
PESCARA
Cosa succederebbe se nessuna delle due coalizioni superasse il 42%?
«Accadrebbe ciò che la stessa Corte costituzionale ha indicato nel suo giudizio sul Porcellum: il premio di maggioranza non verrebbe assegnato».
A quel punto si tornerebbe a un proporzionale puro.
«È giusto. Per avere maggioranze certe serve un consenso che, seppur non maggioritario in senso assoluto, almeno ci si avvicina».
Un’eventualità in cui lo Stabilicum non esisterebbe più.
«In quel caso no, non esisterebbe più».
Dovrebbe garantire maggioranze certe ed evitare gli accordi post-elettorali, ma la possibilità che dal voto non emerga un vincitore e che si ritorni ai “soliti inciuci” non è così remota, nemmeno con la nuova legge elettorale. Lo ammette anche Nazario Pagano, il deputato azzurro (e coordinatore regionale di FI) che, da presidente della commissione Affari costituzionali, si è occupato in prima persona della riforma su cui il governo ha deciso di puntare all’indomani del referendum sulla giustizia.
Tre mesi di lavoro, ore di discussioni, audizioni, battaglie e compromessi dietro le quinte culminati con l’approvazione del testo alla Camera lo scorso giovedì. Al Senato arriva una legge elettorale senza preferenze e con alcuni angoli bui che, secondo diversi giuristi, potrebbero essere rilevati come incostituzionali dalla Consulta. Il forzista ci aiuta a districare tutti i nodi di questa controversa riforma.
Onorevole Pagano, partiamo dal premio di maggioranza. Chi supera il 42% dei voti ottiene il 55% dei seggi: un premio oggettivamente grande.
«La finalità di questa legge è dare ai cittadini la possibilità di sapere chi andrà a governare già la sera stessa del voto e quale sarà il suo programma di governo, grazie a maggioranze certe e all’indicazione del premier sulla scheda. Con quel premio di maggioranza assolviamo il primo dei due obiettivi».
Il Porcellum è stato smontato dalla Consulta perché assegnava il premio di maggioranza senza alcuna soglia. Crede che il 42% sia sufficiente per evitare un epilogo simile?
«Non lo ha detto in modo chiaro, ma la Corte costituzionale ha fatto capire che la soglia del 40% può essere sufficiente per l’assegnazione del premio. Noi l’abbiamo addirittura alzata al 42%».
In questo scenario l’alternativa sembra essere tra un enorme premio di maggioranza che assicuri stabilità oppure l’esatto opposto, un proporzionale puro nel caso in cui non venga superata la soglia. Possibile?
«In realtà, nella prima stesura del testo di legge avevamo previsto la possibilità di un ballottaggio».
Interessante. Poi cosa è accaduto?
«L’idea era quella di andare al ballottaggio nel caso in cui le due alleanze si fossero attestate tra il 35% e il 40% dei voti. Poi però abbiamo ascoltato in commissione diversi costituzionalisti che ci hanno convinto che fosse meglio desistere».
Per quali ragioni?
«Tecnicismi del nostro sistema che non permettevano il ballottaggio. Rischiavamo seri pregiudizi di incostituzionalità. Quindi abbiamo dovuto semplificare il tutto».
Il suo partito ha presentato, e fatto approvare, un emendamento che penalizza i piccoli partiti in coalizione al punto che l’alleanza con più voti – potenzialmente anche un milione in più – rischia di perdere.
«Posso dire questo: non è stato un emendamento voluto da me e non è stato neanche discusso in commissione. È stato proposto direttamente in aula».
Ma voi lo avete approvato. Il rischio di incostituzionalità è alto.
«Come ho detto, è stato proposto direttamente in aula e non in commissione, dove gli articoli vengono sviscerati anche sotto il profilo di costituzionalità. Però non mi preoccupa: ne abbiamo discusso e, alla fine, abbiamo dato parere favorevole perché la volontà reale è quella di evitare un’eccessiva frammentazione dei soggetti politici».
La teoria del voto “utile”.
«Abbiamo disegnato un sistema bipolare, che a Berlusconi sarebbe piaciuto molto, in cui i cittadini sono stimolati a scegliere tra una delle due coalizioni e i piccoli partiti a coagularsi sotto un unico simbolo».
Un altro punto controverso della riforma riguarda le preferenze. Dovevano esserci, con l’eccezione del seggio blindato del capolista, ma la maggioranza ha bocciato l’emendamento che le avrebbe reintrodotte. Non è un male per i cittadini?
«Il testo ora andrà in Senato, non è ancora conclusa la partita. In ogni caso, quell’emendamento era frutto di un accordo tra i leader della maggioranza e solo la sfortuna non ha portato alla sua approvazione: il no è arrivato con un solo voto di scarto».
Si parla di almeno trenta franchi tiratori, alcuni dei quali di FI: non proprio sfortuna.
«Penso che il fronte del no sia stato trasversale e che di questi franchi tiratori non conosceremo mai l’identità».
Non avete cercato di capire chi dei vostri ha tradito?
«Nessuna caccia all’uomo, anche perché con la segretezza del voto è impossibile risalire a loro».
I giornali hanno scritto di un gruppo di Whatsapp degli azzurri contrari alle preferenze.
«Me lo hanno detto, ma è un’enorme bufala. Una chat di gruppo effettivamente esiste, e io ne sono parte, ma non ha nulla a che fare con la legge elettorale».
Di che gruppo si tratta?
«Si chiama “Sfogliatelle” ed è un gruppo con alcuni deputati campani di FI che, appunto, ogni tanto portano le sfogliatelle in Parlamento. È una chat goliardica tra parlamentari, nulla di più».
Ritorniamo sulle preferenze. Dopo quella bocciatura, avreste potuto firmare l’emendamento dei vannacciani che le ripristinava in maniera integrale.
«Perché l’accordo nel centrodestra non era su quello, ma sull’altro emendamento che – me lo lasci dire – l’opposizione ha sabotato con il voto segreto perché loro non volevano le preferenze».
Fratelli d’Italia, però, quell’emendamento lo ha votato.
«Hanno fatto una scelta che noi non abbiamo condiviso. Il nostro accordo prevedeva il capolista bloccato».
Il vostro aut aut quindi è stato o capolista bloccato o nessuna preferenza. Perché?
«Perché crediamo che debba esserci un combinato disposto tra volontà del partito e del singolo cittadino. È giusto che le segreterie abbiano un loro spazio».
Per come è scritta la riforma oggi, sono le segreterie ad avere tutto lo spazio, e i cittadini nessuno. Anche perché ogni candidato può presentarsi in cinque collegi più il listino collegato al premio di maggioranza: un bel paracadute.
«La possibilità di essere candidati in cinque collegi è prevista anche dall’attuale legge elettorale. Non è una novità. Diciamo che sono esigenze dei leader di partito. Le assicuro però che a candidarsi in cinque collegi saranno in pochi. Sarà un’eccezione».
Listini bloccati senza preferenze, il rischio di sprecare il proprio voto se si appoggia un piccolo partito, anche se in coalizione: non si rischia di incentivare l’astensionismo?
«Credo che questa riforma dia decisività al voto perché permetterà di scoprire il vincitore la sera stessa delle elezioni e che questo possa stimolare i cittadini a tornare alle urne».
Solo se una delle coalizioni supera il 42%.
«Dipenderà dagli elettori, se vorranno dare forza a una delle due coalizioni piuttosto che disperdere il voto con formazioni minori».
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