L’eternità dell’Odissea. Telemaco e l’arte difficile di diventare se stessi

Il cantante del Volo ripercorre la pellicola di Christopher Nolan.
«Il vuoto dell’assenza non si deve cancellare, ma va attraversato»
Ci sono storie che tornano perché, in fondo, non hanno mai smesso di parlarci. L’Odissea è una di queste. E forse è proprio questo che rende così affascinante la rilettura che Christopher Nolan fa del viaggio di Ulisse.
Dietro l’eroe che attraversa il mare, affronta l’ignoto e cerca disperatamente di tornare a casa, c’è anche un figlio che da vent’anni aspetta suo padre. Telemaco cresce nell’assenza di Ulisse. Cresce senza quella figura che dovrebbe indicargli una direzione, uno sguardo capace di riconoscerlo e, attraverso quel riconoscimento, permettergli di riconoscere se stesso. È il figlio di un padre diventato mito prima ancora di poter essere presenza.
Massimo Recalcati ha parlato della “evaporazione del padre” per descrivere una delle condizioni della contemporaneità. Il venir meno di quella figura simbolica capace di trasmettere un limite, un desiderio, una legge, ma soprattutto una direzione. Non significa necessariamente che i padri siano fisicamente assenti. Significa che il padre non può più essere semplicemente colui che dice al figlio chi essere e quale strada percorrere.
E allora arriva la domanda di Telemaco, che è anche la nostra: chi sono io quando non c’è nessuno che mi indica la via? Forse è proprio qui che comincia il vero viaggio.
L’assenza del padre apre un vuoto. E il vuoto fa paura perché, quando viene meno lo sguardo dell’altro, improvvisamente siamo costretti a guardarci da soli. Abbiamo bisogno di essere visti per sentirci esistere, per sapere di avere un posto nel mondo. Ma prima o poi quello sguardo esterno deve diventare uno sguardo interiore. Dobbiamo imparare a riconoscerci anche quando nessuno ci sta guardando.
Telemaco, in questo senso, non è soltanto il ragazzo che aspetta il ritorno del padre. È un giovane uomo costretto dalla sua assenza a compiere un altro viaggio, quello verso se stesso. La sua attesa, per quanto dolorosa, diventa una forma di apprendistato all’indipendenza.
E forse è questo il paradosso più bello dell’Odissea, Ulisse deve attraversare il mondo per tornare a casa, Telemaco deve attraversare l’assenza del padre per diventare adulto.
Quando finalmente Ulisse ritorna, Telemaco non è più semplicemente il figlio che aspettava. È diventato qualcuno che può incontrare il padre da una posizione diversa. Il vuoto non è stato cancellato ma è stato attraversato.
Ma crescere non significa semplicemente sostituire il padre con noi stessi, diventare autosufficienti e non avere più bisogno di nessuno. Significa trasformare ciò che abbiamo ricevuto in qualcosa che ci appartenga, raccogliere un’eredità e farne una direzione nostra.
È questo, forse, il senso più profondo dell’evaporazione del padre. Non possiamo trascorrere tutta la vita cercando qualcuno che ci dica chi siamo. Prima o poi dobbiamo assumerci il rischio della nostra libertà. Dobbiamo diventare, almeno in parte, la nostra stessa guida, padre e madre di noi stessi.
Ed è una domanda che non riguarda soltanto chi ha avuto un padre assente. Anche chi ha avuto accanto una figura paterna presente e autorevole, prima o poi deve compiere quel passaggio. Perché nessun padre, per quanto amorevole, può vivere al posto nostro. Nessuno può attraversare il nostro mare.
Forse è per questo che l’interpretazione di Telemaco mi ha commosso così profondamente.
L’Odissea, allora, non è soltanto il racconto di un uomo che cerca di tornare a casa. È il racconto di un figlio che deve imparare a diventare casa per se stesso.
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