Rita Bernardini ricorda Pannella: «Nudi al teatro Flaiano fu una sua idea. In carcere riceveva i cori»

14 Maggio 2026

L’intervista all’ex segretaria del partito e compagna di lotte del leader radicale: «Era quasi alla fine quando, per la prima volta, ci riposammo insieme»

PESCARA. Rita Bernardini, una vita da radicale. Ha incontrato il fascino di Pannella da giovanissima, e da allora non lo ha più lasciato. Oltre quarant’anni di battaglie condivise, un rapporto umano coltivato fino agli ultimi giorni di vita. Questa è la storia di quegli anni visti da chi li ha vissuti in prima linea, insieme all’uomo protagonista di quel periodo di lotta e cambiamento.

«Era il 1976. Anni prima era stata approvata la legge sul superamento delle barriere architettoniche, soprattutto negli edifici pubblici. Solo che non era stata attuata».

Cosa avete fatto?

«Con il Fronte radicale invalidi siamo andati davanti all’ufficio dell’anagrafe a Roma, in via Petroselli, e, visto che non c’era lo scivolo, lo abbiamo creato. Con il cemento (ride, ndr)».

Ma dai.

«Chiaramente non avevamo idea di come si facesse il cemento. Ci siamo dovuti informare. Ma sa qual è la parte più divertente di questa storia?».

Cosa?

«La denuncia che ci prendemmo: costruzione abusiva sul suolo pubblico. Come i palazzinari!».

Bernardini, come si avvicina al mondo dei radicali?

«Succede nel 1974, dopo la vittoria del referendum sul divorzio. Come tanti italiani, diventai radicale grazie alle mie esperienze personali».

Aveva solo 22 anni.

«Mi frequentavo con una persona, Bruno Tescari, che in quel momento si stava separando dalla moglie. Sentivo molto la battaglia del divorzio».

Quindi fu per ragioni di cuore?

«Non solo. Anche la battaglia per depenalizzare l’aborto mi riguardava. Io ero giovane, dovetti andare a Londra per interrompere la gravidanza».

Un viaggio difficile.

«Un trauma. Riuscì ad andare lì grazie all’Aied, ma dovetti fare tutto da sola».

I suoi genitori? Radicali anche loro?

«Macché. Mamma di tendenza democristiana, papà di tendenza missina. La combinazione ha dato vita a una radicale!».

E Pannella?

«In televisione, le poche volte che lo trasmettevano, lo guardavo con ammirazione. Ma la prima volta che l’ho visto dal vivo è stata a piazza Navona, il giorno della vittoria del referendum sul divorzio».

Una piazza in festa.

«In mattinata aveva mandato a stampare le copie di Notizie radicali. Titolone: “Il No ha vinto”. Soltanto che ancora non si conosceva il risultato».

Ottimista?

«Capace di vedere oltre. Sapeva che il popolo italiano era più avanti della sua classe dirigente».

La prima volta che ci ha parlato?

«L’anno dopo. Avevo sentito uno di quei suoi appelli televisivi strappalacrime. “Ci servono tavoli, sedie e soldi: stiamo raccogliendo le firme per gli otto referendum contro il regime”».

Lei raccoglie l’appello.

«Mi presento alla sede del partito. Con 5mila lire: praticamente nulla!».

Consegna i soldi a Pannella.

«Ai tempi facevo l’insegnante. Gli dico: guardi, io lavoro in una scuola, abbiamo banchi e sedie in più a disposizione».

E lui?

«Prima mi dice di dargli del tu. Poi, secco: “Ma che hai capito! Ci servono i tavoli pieghevoli, dobbiamo andare in piazza”».

È iniziata con il piede giusto.

«Era la prima volta che ci parlavo e già mi aveva smontata. Comunque, da lì iniziai la mia militanza nel partito».

Nella storica sede in via di Torre Argentina 18.

«Era un luogo aperto, ma nel vero senso della parola: poteva entrare chiunque».

Chi erano i frequentatori?

«Soprattutto giovani, scappati di casa. Chi non sopportava i genitori e allora veniva lì».

Un esempio?

«Francesco Rutelli. Per Pannella aveva rotto con la sua famiglia, che era borghese».

E poi?

«Ricordo gli studenti che stampavano i volantini da noi perché il ciclo stile era a libera disposizione. Poi i fricchettoni con i capelli lunghi, tutti i movimenti che avevano la sede lì, come quello del Fuori, il Fronte unitario omosessuale».

Un via vai continuo.

«Il caos. La prima volta che sono entrata mi sono detta: ok, questo è un manicomio. Tant’è che poco dopo il mio ingresso cominciammo a chiedere più organizzazione».

Ma?

«Ma non ci volle tanto per capire che la forza del partito era proprio la sua spontaneità».

Spontanea fino a che punto?

«Che anche le riunioni politiche erano a porte aperte e che se tu, sconosciuto, entravi anche solo ad assistere, Marco ti stimolava a parlare».

Il metodo Pannella.

«Era l’uomo delle porte aperte. Pensi che tra i movimenti federati c’era anche il Carm, il Comitato per l’abolizione dei manicomi. Ne facevano parte i matti, e sa dove si riunivano? A via di Torre Argentina 18!».

Assemblee caotiche?

«A volte cominciavano a urlare, litigavano tra loro, ma avevano questo obiettivo comune di chiudere i manicomi».

Alla fine arrivò la legge Basaglia, ma voi votaste contro.

«E avevamo ragione. La legge chiudeva i manicomi ma senza prevedere alcuna forma di aiuto fuori da lì. Lo stesso Basaglia era incazzato».

Anni di crescita per lei.

«Feci i miei primi tavoli, le prime raccolte firme. Tempi della lotta per depenalizzare l’aborto, togliere il finanziamento ai partiti. Ci divertivamo molto».

E l’episodio del teatro dei nudi?

«Un’idea di Pannella, ovviamente».

Racconti!

«Era il 1997. Noi in sciopero dalle fame da più di 40 giorni. Volevamo che si dessero più informazioni sui referendum».

Quaranta giorni sono tanti.

«Eravamo davvero ridotti male (sorride, ndr). Una notte, dopo un lavoro – non ricordo quale – rimasi a dormire nella sede del partito. Per terra, sulla moquette. La mattina mi sveglia Paolo Vigevano: “Pannella vuole che facciamo una manifestazione nudi”».

E lei?

«“Se lo scorda”: le ultime parole famose».

Come vi ha convinto?

«Leggendoci in riunione un bellissimo testo sul profeta Isaia. Per farsi ascoltare aveva deciso di attraversare la città nudo. Lo seguirono in decine».

Chi eravate?

«Un bel gruppetto. Vigevano, Stanzani, Lorenzo Strik Lievers e io, che però ero l’unica donna».

Tutti convinti dal testo di Isaia?

«Non subito. E infatti ci furono delle riunioni comiche».

Per esempio?

«Ci fu uno scambio pazzesco tra Pannella e Stanzani, anche lui in sciopero della fame».

Stanzani, il vostro senatore. Bolognese, voce riconoscibile.

«“No, Marco, io il mio coso non lo faccio vedere a nessuno”, disse. E Pannella, che lo conosceva bene: “Ok, ma allora perché partecipi alle riunioni?”. “Che c’entra: io partecipo lo stesso”, rispondeva Stanzani, che intanto si convinceva».

Il momento più esilarante?

«A un certo punto Stanzani si era deciso. Prima però disse: “Marco, che ne dici se mi metto una rosa qui per coprirmi? Posso farlo?”».

Che rispose Pannella?

«”Se vuoi... però poi guarderanno tutti lì: sarai l’unico con la rosa”. Scoppiammo tutti a ridere. Alla fine Stanzani partecipò, e senza rosa».

Il teatro dei nudi fece scandalo.

«Andò su tutte le tv nazionali. Mia madre chiamò il centralino del partito chiedendo di farla parlare con me».

Furiosa?

«Lo pensavo, era anche democristiana. E invece mi fa: “Ora però ricominci a mangiare, vero?”. Era preoccupata del cibo, per sua figlia nuda in televisione non ha battuto ciglio».

Ah ah ah.

«Una donna unica. L’ho amata veramente tanto».

Non ha ancora parlato di Radio Radicale.

«Iniziai con le prime trasmissioni nel ’75. Ma ricordo benissimo il giorno della mia assunzione, il primo gennaio del 1983».

Fu anche vicedirettrice.

«In quegli anni il mio rapporto con Marco si rafforzò molto. Quando faceva i suoi fili diretti, spesso notturni, voleva che ci fossi io».

Che facevate?

«Raccoglievamo le iscrizioni al partito, per esempio. Io leggevo i nomi di chi si era iscritto e su ognuno lui faceva un discorsone, dandogli molta importanza».

Eravate affiatati.

«Molto, ci furono soltanto due momenti di rottura tra noi».

Il più duro?

«Il primo. Nato per un malinteso radiofonico. Erano i tempi del partito transnazionale. C’era stato il congresso a Budapest, ero stata là, e lo stavo raccontando»

Nulla di offensivo, pare.

«Infatti. Ma nell’ultima parte mi soffermai sull’antiproibizionismo e sul perché era una battaglia che avevo a cuore. Il problema fu che lui sentì soltanto quest’ultima parte».

Si arrabbiò.

«Intervenne alla radio e mi rimproverò pesantemente. “Facciamo economia sul partito transazionale?”, come a dire che non me ne fregasse nulla. Ero furiosa. Andai in radio e scrissi una lettera. “Da domani qui non vengo più”».

Una bugia...

«Pannella mi recuperò in un modo molto bello, al congresso del partito radicale».

Ma non aveva appena mollato?

«Mica avevo smesso di essere radicale perché Pannella mi aveva rimproverato. Comunque, lui mi vede, mi acchiappa un braccio e mi porta in una stanza. “Devi tornare, il partito ha bisogno di te”».

E lei?

«Piangevo. “No, non ci torno nel partito”. Ma lui mi rideva in faccia: “Tanto tu torni, lo so”».

Aveva ragione.

«Ci volevamo un mondo di bene. Quella rottura mi aveva fatto soffrire molto».

Lei e Pannella avevate un altro amore in comune: le carceri.

«Abbiamo fatto tantissime visite insieme. I carcerati facevano i cori. “Pannella, uno di noi”, “Pannella forever”. Ricordo che una volta a Regina Coeli sembrava dovesse venire giù il carcere».

Anche lei ha una buona fama: la chiamano “Santa Rita delle carceri”.

«Molto appropriato, anche perché Rita è la santa della cause impossibili!».  

Un vostro aneddoto legato al carcere?

«Sa la storia che Pannella dava soldi ai clochard? Beh, è vera, ma non riguardava solo i senzatetto. Gliel’ho visto fare anche in carcere».

Si può?

«In realtà no. Ma un detenuto di un carcere dove siamo in visita gli chiede 50 euro. Pannella non ci pensa un attimo e glieli dà. Soltanto che la direttrice dell’istituto lo vede».

Come reagisce?

«Non aveva il coraggio di andare da lui. Allora viene da me – ci conoscevamo – e mi chiede di dirgli di farseli restituire, perché i detenuti non possono avere soldi contanti».

Lei glielo dice.

«Ci provo. “Marco, dare i soldi qui è vietato. Non si può”. Lui mi guarda: “E perché mai? È una cosa stupida”. Morale della favole: glieli ha lasciati».

Sugli scioperi, invece?

«Quando fece quello della sete eravamo tutti preoccupatissimi per la sua salute. Ai nostri banchetti di Montecitorio incontrai Ignazio Marcozzi Rossi, un medico radicale abruzzese. Fu lui a suggerirmi di fargli bere le urine per guadagnare tempo».

Non le sembrò folle?

«Risposi a Marcozzi Rossi: “Sì, glielo dico, ma mi manda a quel paese in un secondo».

Come andò?

«Risposta automatica: “Che gran cazzata”. Poi però ci ha riflettuto e alla fine l’ha fatto. Marco era così: lì per lì ti mandava a quel paese, ma poi rifletteva sulle cose. Aveva un gran rispetto verso gli altri».

Eravate già in una fase matura del vostro rapporto.

«Siamo stati insieme fino agli ultimi giorni di vita. Ricordò che pochi giorni prima che morisse, con un filo di voce, fece un appello a D’Alfonso per farmi nominare Garante regionale per i detenuti».

Perché sfumò?

«I 5 Stelle si misero di traverso per i miei precedenti penali. Che effettivamente c’erano: tutti causati dai miei atti di disobbedienza civile».

Il suo ultimo ricordo con lui?

«È anche il più bello. Eravamo a casa sua. Lui stava molto male. Sono salita sul lettone, ci siamo tenuti la mano, poi abbiamo dormito insieme».

Perché è stato così importante?

«Per la prima volta da quando ci conoscevamo, forse, ci stavamo riposando. Fu mezz’ora di tregua, anche dal dolore che provava in quei giorni. Dopo la vita che avevamo vissuto insieme – il contrario della pace, in bilico, sempre in battaglia – fu bellissimo. Il coronamento del nostro percorso».

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