29 giugno

Oggi, ma nel 1971, in tutta Italia, montava la riprovazione generale e diventava da locale a nazionale il caso dell’omicidio del guardalinee di Vicovaro, in provincia di Roma, Enrico Dante, ucciso dal tifoso Carmelo Cicero il giorno dopo essere stato richiamato all’ordine mentre disturbava la partita di calcio tra la rappresentativa locale e quella del Licenza. Il fatto di sangue, che interessava anche la Federazione italiana arbitri e la Lega dilettanti, era avvenuto il 28 giugno, in piazza San Pietro, a colpi di pistola calibro 7.65. Il coadiutore del direttore di gara, già centrato alla testa da Cicero con un sasso durante l'accesa sfida di pallone terminata con la vittoria della compagine ospite, era spirato in ospedale, dopo due ore d’agonia, con la milza spappolata.
Cicero, di 45 anni, da 36 mesi operaio nel cantiere dell’autostrada Roma-L’Aquila, aveva fatto fuori Dante, di 24, stuccatore, per vendetta. La vittima lo aveva redarguito in merito ai pesanti insulti indirizzati contro il portiere del Vicovaro reo d’essersi lasciato far entrare in rete la palla della sconfitta. Si trattava della sfida valida per il torneo ad otto squadre della Valle dell’Aniene. La folla, composta da circa 500 persone, aveva, contestualmente, tentato di linciare il sicario d’origine siciliana. Ed anche d'assaltare il comando di zona dei carabinieri dopo aver incendiato l’auto di Cicero, una Volkswagen 1200. Il malcapitato assistente arbitrale (nella foto, particolare, riportato sul quotidiano milanese “Corriere della Sera” del 29 giugno di quel 1971) era nello slargo antistante il Municipio ad attendere la fidanzata Rita Salvi chiacchierando con l’amico Adeodato Rocchi.
Quest'ultimo, nel tentativo di difendere Dante, era stato azzoppato con un altro proiettile. Poi Cicero s’era accanito pure contro Cesare Fabbri che passava con la sua 500 Fiat, prima di consegnarsi ai militari dell’Arma che erano di pattuglia sulla via Tiburtina. L’assassino dirà, nel disperato tentativo di giustificarsi prima d'essere trasferito nel carcere capitolino di Regina Coeli, d’aver agito in preda alla disperazione. Per la quasi certezza di essere prossimo a perdere il lavoro, poiché l'imponente raccordo autostradale tra Lazio ed Abruzzo era pressoché ultimato, e di non sapere come mantenere la figlia, studentessa di 16 anni.
