È incinta, salvata dal tumore al cuore

Operata mentre partorisce con un doppio intervento che non ha precedenti: mamma di 33 anni e figlia stanno bene
CHIETI. Il vagito di una vita appena sbocciata e l'incognita di una ancora da salvare. E' questo che ricorderà il professore Gabriele Di Giammarco, direttore del reparto di cardiochirurgia del Santissima Annunziata di Chieti, di uno dei più eccezionali interventi degli ultimi anni in Italia su un caso rarissimo di patologia combinata: una madre al settimo mese di gravidanza che deve essere operata d'urgenza per una massa tumorale al cuore.
Una storia a lieto fine, di buona, anzi di eccellente sanità, che arriva a regalare un raggio di sole e una speranza nel magma scuro di incertezza e profondo disagio che riserva in certi casi il settore sanitario abruzzese. Un intervento definito dallo stesso chirurgo, "uno slalom speciale", con due equipe che lavorano fianco a fianco nella sala operatoria, quella di cardiochirurgia e quella di ginecologia, e una decina di persone tra infermieri, anestesisti, neonatologi, strumentisti. Tutti coordinati, in perfetta sincronia, come in un'orchestra, dove però la scommessa più grande è rappresentata dalla sopravvivenza di due vite.
LA DIAGNOSI. Nei giorni scorsi viene trasferita d'urgenza al santissima Annunziata una donna di 33 anni proveniente dalla provincia dell’Aquila. La donna, di origini marocchine, accusa difficoltà respiratorie e affaticamento, sintomi che, nel particolare stato di gravidanza, potevano far pensare ad una gestosi, molto frequente tra le donne incinte. E invece no, si tratta del cuore.
La signora ha una massa tumorale che le ostruisce quasi completamente la cavità atriale sinistra. Una situazione delicatissima perché è a rischio non solo la sopravvivenza della donna, ma anche quella del nascituro.
RARA PATOLOGIA. I tumori al cuore, così come racconta il professor Di Giammarco, «sono un'evenienza abbastanza rara, forse anche al di sotto dell'1-2%». Ancora più raro è che si debba intervenire su una donna incinta e al settimo mese di gravidanza, stato in cui, se la donna non è sottoposta a terapia cortisonica per almeno 48 ore prima dell'intervento, il nascituro ha elevatissime probabilità di problemi neurologici e polmonari.
La donna quindi è stata immediatamente sottoposta alla profilassi e operata lunedì.
L'INTERVENTO. L'operazione, decisa di concerto con il professor Marco Liberati, che coordina l'equipe ginecologica dell'ospedale teatino, doveva consistere in un doppio intervento da parte dei medici: il parto cesareo e l'asportazione della massa tumorale, larga 5 centimetri e mezzo per 4 centimetri e mezzo, quasi l'intera cavità atriale sinistra. La difficoltà e rarità di un intervento come questo, durato dalle 8,30 del mattino fino alle due e mezza del pomeriggio, sta nel fatto che devono essere assicurati i parametri vitali di due persone, nel garantire un perfetto taglio cesareo e nell'operazione a cuore aperto in circolazione extracorporea e con arresto cardiaco. Un triplo salto carpiato per dirla mutuando il linguaggio sportivo.
LE PAZIENTI. Mamma e bambina, una piccola di appena un chilo e seicento grammi che ha emesso i primi vagiti appena estratta dall'utero, stanno bene. La donna dovrà fare qualche altro giorno di degenza, ma presto sarà accompagnata a conoscere la bambina e poi anche a casa.
L'EMOZIONE. «Non è stato l'intervento più difficile della mia carriera - racconta il professor Di Giammarco - ma di certo il più emozionante. In quelle condizioni si ha la netta sensazione di due cose: la prima è l'anelito di vita, il futuro, che ho percepito nei vagiti di quella bambina. In quelle condizioni non si sa cosa è prioritario, salvare entrambe le vita poteva non essere così semplice. La seconda sensazione è stata quella di contribuire a far nascere una nuova vita senza sapere se la bimba avesse mai visto la madre. E' stato bellissimo vedere la donna, risvegliata dall'anestesia appena dopo il primo intervento, che ha voluto conoscere la bimba e darle un bacio prima di addormentarsi profondamente. Una immagine che non scorderò. E' valsa anche la solidarietà, perché si trattava di una paziente extracomunitaria. Nessuno di noi si è chiesto che storia avesse, da dove provenisse, abbiamo solo lottato per due vite».

