A Chieti lo studio sul dinosauro morto 70 milioni di anni fa

L’ultima scoperta degli antropologi Capasso e D’Anastasio: «Per il triceratopo Big John fu fatale una ferita infetta»
CHIETI. Lo chiamano Big John, perché è l’esemplare più grande di triceratopo, un dinosauro erbivoro, che sia mai stato conosciuto. È diventato famoso per la sua mole, tanto che un appassionato l’ha comprato all’asta a Parigi a ottobre del 2021 per oltre 6 milioni e mezzo di euro. Ora sappiamo anche come e perché, 70 milioni di anni fa Big John, è morto. A spiegarlo è uno studio condotto dall’università d’Annunzio e dal museo universitario diretto dall’antropologo Luigi Capasso.
I ricercatori del museo e del Dipartimento di Medicina e scienze dell’invecchiamento della d’Annunzio sono gli autori di uno studio che ha portato a ricostruire gli ultimi giorni di vita e la causa della morte del grande dinosauro. Lo studio scientifico, pubblicato su una rivista del Gruppo “Nature” (Scientific Reports), è stato presentato alla stampa e alla comunità scientifica mondiale dalla “National Geographic Society”. È stata una ferita infetta, che Big John ha rimediato in un combattimento con un altro triceratopo, a causarne la morte nel giro di un mese. Ecco svelato uno di quelli che potrebbe essere definito come un “cold case” preistorico.
Le ossa del dinosauro furono ritrovate nel maggio 2014 in South Dakota, in America; le migliaia di frammenti sono state inviate a uno dei più affidabili laboratori di restauro paleontologico al mondo: la Zoic di Trieste, diretta da Flavio Bacchia. Big John è risultato completo al 60% e il suo cranio addirittura al 75%. Alla Zoic si sono accorti però di una lesione all’altezza del collare osseo ed è così che è entrata in scena l’università teatina.
Ruggero D’Anastasio e gli altri scienziati del team di Capasso hanno analizzato e studiato le ossa fossili e hanno scoperto una grave lesione traumatica al cranio, prodotta dall’impatto con un corpo duro che corrisponde, per forma e dimensioni, al corno centrale di un altro triceratopo.
Tutte le evidenze, incluse le modalità con le quali il colpo fu inferto, hanno portato a concludere che il trauma si era verificato durante il combattimento, probabilmente uno scontro per motivi sessuali. La ferita si infettò, come è stato dimostrato mediante l’esame istologico dell’osso circostante, e l’infezione portò a morte nel giro di poche settimane. È stato possibile ricostruire in dettaglio anche i processi infiammatori ossei, grazie a nuove tecniche di indagine che hanno permesso di ricostruire la trama dei vasi sanguigni della zona traumatizzata e di osservare al microscopio elettronico addirittura le cellule infiammatorie attorno alla ferita.
«È una sorta di analisi autoptica di un grosso dinosauro erbivoro», dice Capasso, «che mette in evidenza come il nostro gruppo di lavoro del museo di Chieti possieda competenze trasversali, strumenti avanzati e contatti internazionali bene articolati, tanto da arrivare a risultati insperabili soltanto pochi anni fa». Grazie a queste conoscenze, ancora una volta, il professore è riuscito ad annullare il tempo, a leggere in quella sorta di scatola nera dove erano conservate, seppure in maniera flebile, le informazioni necessarie per capire cosa fosse successo al dinosauro. «L’antropologia per è me è questo», chiude Capasso, «ridare voce a chi l’ha persa per sempre».
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