Aggressione in carcere: picchiata un’infermiera

8 Febbraio 2023

CHIETI. Un colpo sferrato al collo, altri alla spalla e alla testa. Poi la detenuta si è aggrappata ai capelli dell’infermiera che avrebbe dovuto somministrarle la terapia e infine l’ha trascinata...

CHIETI. Un colpo sferrato al collo, altri alla spalla e alla testa. Poi la detenuta si è aggrappata ai capelli dell’infermiera che avrebbe dovuto somministrarle la terapia e infine l’ha trascinata per la stanza. Il fatto è avvenuto nel carcere di Chieti il 30 gennaio scorso, intorno alle 19,40, mentre l’operatrice sanitaria si trovava da sola e l’agente penitenziario addetto alla sezione era lontano dai locali dell’infermeria.
La vittima è stata medicata al Pronto soccorso dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti e poi dimessa con una prognosi di dieci giorni, dopo una lunga notte durata 15 ore, passata tra visite ed esami.
Un incubo vissuto da una delle 6 infermiere (di cui non indichiamo il nome per proteggerne la privacy) impiegate nella casa circondariale teatina. A raccontare i dettagli dell’aggressione e ad accendere i riflettori sulle condizioni di lavoro degli operatori sanitari in ambito penitenziario è la consigliera regionale del sindacato Nursing up Patrizia Bianchi. «La carenza strutturale del personale del carcere si aggiunge all’incuria dei locali e alla mancanza di sicurezza», rileva la sindacalista, «il personale è pochissimo, 6 unità per circa 120 detenuti, con turni di lavoro massacranti spalmati su 24 ore. Gli armadietti per cambiarsi si trovano in spazi risicati. Di notte manca il medico e questo espone gli infermieri a rischi non indifferenti perché, nei casi di emergenza, devono assumersi responsabilità enormi in pochi minuti, mentre attendono l’arrivo del medico di guardia dall’ospedale. Altre volte gli operatori si ritrovano da soli a dover effettuare manovre salvavita che, naturalmente, dovrebbero essere fatte da due sanitari».
La sindacalista del Nursing up lancia l’allarme sulle condizioni di sicurezza degli operatori sanitari. «Il lavoro svolto nelle carceri», sottolinea Patrizia Bianchi, «è molto delicato. Gli operatori sanitari sono soli a contatto con detenuti spesso aggressivi e pericolosi, non c’è un posto fisso di polizia come al Pronto soccorso o al Serd e non hanno con sé i cellulari perché devono lasciare il telefono personale all’ingresso. Loro hanno paura ad andare a lavoro, perché le violenze verbali e fisiche si sono ripetute in tantissime occasioni. Eppure spesso questi episodi non vengono denunciati proprio per timore di subire ripercussioni più gravi».
L’ultima aggressione è avvenuta il 31 gennaio scorso. A finire al Pronto soccorso per un «trauma contusivo alla spalla sinistra e rachide cervicale», è un’infermiera, picchiata da una giovane detenuta durante l’orario di lavoro a causa di una terapia farmacologica che la detenuta avrebbe richiesto al di fuori della prescrizione del medico e che quindi l’operatrice sanitaria non le avrebbe somministrato. «L’aggressività della detenuta era già stata segnalata in una relazione interna sia delle guardie penitenziarie sia degli operatori sanitari, ma non è stata presa in considerazione», riferisce Bianchi. È per questa ragione che il sindacato ribadisce la necessità di un posto fisso di polizia all’interno della casa circondariale teatina «come forma di tutela e protezione dei lavoratori in servizio nella casa circondariale».
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