«Ai domiciliari vivo in povertà meglio il carcere», ritorna in cella

31 Gennaio 2021

Un 40enne era agli arresti in un appartamento senza luce, gas, riscaldamento e acqua calda Anche i carabinieri hanno chiesto per lui la galera considerando le gravi condizioni economiche

CHIETI. «Ai domiciliari vivo in povertà. Mi hanno staccato la corrente. Non ho il riscaldamento e nemmeno l’acqua calda. A questo punto è meglio andare in carcere». Si è sfogato così, davanti ai carabinieri, C.F., 40 anni, agli arresti in casa in un paese alle porte di Chieti con l’accusa di spaccio di droga. Quando il comandante di stazione si è accorto che lo scenario rappresentato corrispondeva alla realtà, ha deciso di chiedere per lui l’aggravamento della misura cautelare. Così, su disposizione del tribunale, il quarantenne è stato di nuovo arrestato dagli uomini del maggiore Massimo Capobianco: da un paio di giorni, ha lasciato la sua abitazione e si trova rinchiuso nel carcere di Cassino, dove almeno può stare al caldo.
La premessa è che le forze di polizia, con cadenza quotidiana, controllano le persone sottoposte ai domiciliari per tre motivi principali: prevenire la commissione di altri reati, verificare il rispetto delle prescrizioni disposte dall’autorità giudiziaria, accertare che le condizioni di vita siano compatibili con la misura decisa dal tribunale. Ed è esattamente quello che, qualche giorno fa, è accaduto per C.F., napoletano d’origine ma da tempo residente in provincia di Chieti, che ha accumulato una sfilza di precedenti penali per i reati più svariati: in primis detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e furto, ma anche maltrattamenti in famiglia. L’ultima condanna risale al mese di ottobre, quando l’uomo si è beccato dal tribunale di Chieti una condanna a 4 anni e mezzo di reclusione. Cinque mesi prima, infatti, i carabinieri avevano fatto un blitz nel suo appartamento e lo avevano arrestato in compagnia di un amico perché, tra i rifiuti, aveva nascosto cocaina. Non solo: la presenza in casa di dosi di hashish e di quasi 5mila euro in contanti era la dimostrazione tangibile della portata del giro d’affari illecito che vedeva protagonisti i due spacciatori in pieno lockdown per l’emergenza Covid. Fin qui, il pregresso.
Arriviamo così a qualche giorno fa, quando, in uno dei controlli quotidiani, il comandante della stazione dei carabinieri accerta in prima persona lo stato di grande difficoltà economica di C.F. e scrive alla Corte d’Appello dell’Aquila. Il militare, infatti, si accorge che il campanello di casa non funziona perché all’uomo è stata staccata la corrente elettrica. Non solo: nell’abitazione, completamente in disordine, mancano acqua calda e riscaldamento perché non c’è più l’allaccio alla rete gas. Come se non bastasse, il quarantenne non ha un euro di reddito e non è in grado di indicare un altro luogo dove scontare i domiciliari. Ecco perché, di fronte a tutto questo, ammette che preferirebbe la galera. E in carcere ci finisce davvero.
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